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BUONA FESTA A TUTTI!
permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (18) :::: categoria : vacanze, festività , voglia di giocare

Eseguire un abbordaggio (o abbordo), nella terminologia marinaresca, significa accostare fra loro i bordi di due navi.
Pirata: che hai fatto ieri sera?
Fantamarinaio: Casa.
Pirata: ti fanno così schifo gli amici?
Fantamarinaio: NO, solo che mi trovo in un’età in cui i miei amici o sono già sposati con figli e quindi esigenze diverse, oppure troppo giovani e mi ci ritrovo fino a un certo punto.
Pirata: hai bisogno di una novità!
Fantamarinaio: Dici?
Pirata: Senti perché non chiudiamo qui e ci incontriamo?
Fantamarinaio: cioè?
Pirata: Dico incontriamoci, parliamo guardandoci negli occhi, guardando i nostri sorrisi,i gesti…
Fantamarinaio: A quale prezzo?
Pirata: …..(silenzio)
Fantamarinaio: Sai navigo da diversi anni e un po’ di esperienza l’ho fatta in questo mare. Perché un uomo sposato che lamenta certe “mancanze” vorrebbe guardare i miei sorrisi?
Pirata: Ho capito… cerco altrove!
Fantamarinaio: Ecco bravo!
Colpito e affondato?
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« Questo posto non si chiama Pelosa, ma …», l’osservazione acuta di Martina fu subito interrotta dall’improvviso risveglio dei piccoli abitanti della torre. I passeri e i piccioni, appollaiati tra le feritoie e sui cornicioni delle finestre intenti ad ascoltare fino a quel momento il racconto della Torre, improvvisamente cominciarono ad agitarsi…così come il ronzio dello sciame d’api che in una crepa tra le pietre aveva costruito il suo alveare, divenne sempre più insistente e lo squittio dei topolini si fece sempre più vivace. Il ragno che con il suo filo teneva in sospensione l’ugola nella bocca-caditoia, cominciò a muoverlo velocemente provocando una inaspettata raucedine alla povera voce.
Dalla stanza del piano superiore si udì un’improvvisa risata.
« Birbanti, smettetela… la “signora” ha capito la lezione… E’ necessario interrompere il racconto perché adesso deve passare il testimone a un nuovo protagonista!».
I bambini si guardarono negli occhi senza aver capito ancora bene cosa stesse accadendo. La bocca-caditoia cominciò a sbadigliare ripetutamente; la vecchia Signora stava nuovamente tornando al silenzioso sonno che le aveva fatto compagnia per così tanti anni.
In piedi, i ragazzi adesso potevano finalmente raggiungere il piano superiore e dare un volto alla voce che gli aveva intimato l’arresto sulle scale.
Il piccolo corridoio divideva le due stanze, posizionate una a destra e l’altra a sinistra. Ognuna di esse conduceva sul comune terrazzino che si affacciava sul mare. Lo stupore dei bambini era davvero grande. Le due stanze infatti erano completamente vuote. Allora chi aveva parlato? Chi era il misterioso abitante della torre che si divertiva a giocare a nascondino?
Martina entrò nella stanza a sinistra e Matteo in quella a destra mentre Francesca e Marco rimasero nel corridoio.
« Trovato nulla?», riecheggiò la voce di Marco.
« Nulla», rispose Matteo.
«Nulla», confermò Martina.
“Attento Matteo, Attenta Martina!”
Le stanze erano poco illuminate, Marco che aveva la torcia fuori nel corridoio, si avvicinò all’ingresso della porta a destra dove era entrato Matteo. Quel piccolo bagliore di luce gli permise di scorgere una nicchia sul muro sinistro, si avvicinò e vi trovò una scatola di legno, lunga, consumata dai tarli. Nello stesso momento Martina scopriva una cosa simile. Una cassa di legno enorme di forma quadrata, così grande da non poterla sollevare.
Il tempo e la storia spesso assumono “volti” diversi, consistenze e forme differenti, pensieri, intuizioni, animali, pietre, cose... Il Tempo e la Storia sono due amanti, sono due innamorati che intrecciano in un interminabile lavoro a maglia il loro vivere.
«Bravi!», nuovamente la voce sorprese i bambini che in tutta fretta uscirono dalle rispettive stanze.
«Dove sei? Chi sei?», chiese Martina.
«Sono nella cassa che hai trovato, dovete portarmi la scatola che è nell’altra stanza… mettetela al mio fianco e poi tornate a casa. Domani nel primo pomeriggio quando ancora ci sarà il sole tornate da me…». I bambini eseguirono con minuziosa precisione ciò che la voce aveva ordinato. Matteo raccolse la lunga scatola e la pose di fianco alla grande cassa. La curiosità di aprirla era davvero tanta, ma riuscirono a frenarla dando spazio all’attesa.
«Bene, allora noi torniamo a casa…ci vediamo domani!», disse Martina parlando con il capo rivolto al soffitto come se la padrona misteriosa della torre fosse davvero in ogni dove.
Poi si diressero verso le scale per scendere al primo piano e uscire da quel portone che avevano visto chiudersi misteriosamente e che li aveva fatti prigionieri di un’esperienza grandiosa.
« Come faremo ad uscire se il portone è chiuso? Prima abbiamo provato a forzarlo, ma non ci siamo riusciti ad aprirlo.», fece notare Marco ai suoi compagni.
« Non lo so», rispose semplicemente Matteo, senza mostrare nessuna preoccupazione in merito.
Giunsero nella sala centrale del primo piano e il portone era completamente spalancato. Sorrisero e si avviarono verso il ponte.
«Grazie!», sussurrò Martina mentre uscendo si girò indietro per guardare l’interno della vecchia Torre.




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L’accesero e i loro visi illuminati dalla fiamma ballerina ripresero a sorridere. Il buio non li avrebbe fermati….
« Fermi!», intimò improvvisa una voce proveniente da una delle due stanze del piano superiore. Il cuore in gola per lo spavento e il corpo irrigidito dalla paura bloccava i bambini sulle scale che non osavano muoversi. Matteo si girò indietro a guardare i volti terrorizzati dei suoi amici che lo seguivano in fila indiana su per quella lunga scala di pietra. Le mani sulle pareti e fili di luce sottili entravano dalle feritoie laterali; il tubare dei piccioni che in quei buchi avevano costruito le loro abitazioni di rami secchi e lo sbatter d’ali improvviso face saltare nel petto il cuore dei bambini.
«Non fate gli scemi», la voce tremante di Matteo che si rivolgeva ai suoi amici come per supplicarli di confessare lo stupido scherzo appena fatto.
«Non siamo stati noi a parlare!», rispose Martina distruggendo in un attimo la speranza e l’illusione.
Chi aveva parlato? Di chi era quella voce?
Si guardarono ancora negli occhi e senza dire nulla, spinti solo da quella curiosità che non si ferma di fronte a niente, nemmeno alla paura, avanzarono salendo un nuovo gradino.
«Fermi, non muovetevi! Non abbiate paura, non voglio farvi del male…», ancora quella voce.
« Chi sei? », la domanda diretta di Matteo.
Nessuna risposta. Silenzio. Poi improvvisamente…
“Ascolta le mie crepe, ascolta le mie rughe, ascoltami!”.
Una nuova voce,questa volta diversa dalla precedente chiedeva ai bambini di ascoltare. Di restare in silenzio per poter far rivivere i suoni nelle parole della storia. Le pietre parlano, e per poterle ascoltare è necessario avere cuori semplici, avere orecchie attente…
I bambini capirono che prima di poter salire per vedere e conoscere la padrona della Torre avrebbero dovuto ascoltarne le pietre. Avrebbero dovuto conoscerne la loro storia.
La larga caditoia centrale, rispetto alle due feritoie laterali, cominciò a dilatarsi. Le pietre, a poco a poco, cambiarono colore, il grigio cedette il posto al bianco brillante. Era il risveglio, dopo un lunghissimo sonno, durato secoli. Quel buco, che un tempo serviva a gettare olio bollente per difendersi in caso di attacco,adesso assumeva la forma di una enorme bocca che si spalancava in un lungo sbadiglio. La feritoia, appena sopra di essa, un naso le cui narici si allargano permettendo all’aria, ricca di ossigeno, di entrare nel profondo di ogni cellula nutrendola di linfa vitale. La caditoia, trasformatasi in una bocca riusciva ad emettere suoni umani e comprensibili. Al suo interno la grossa ugola, un nido tondeggiante come una rosa, era sospeso dal filo sottile ma resistente di una ragnatela, che come la pelle tirata di un tamburo faceva vibrare i suoni emessi dalle pietre parlanti; e il piccolo ragno a muovere quell’ugola insolita, come un esperto burattinaio che riesce a dar vita e voce a fantocci inanimati, muovendone in abili gesti i fili sospesi.
I bambini non avevano più paura, erano rapiti dalla bellezza e dalla magia che li stava avvolgendo. Sedettero così sulle scale, chiudendo gli occhi e attendendo con pazienza che la voce parlasse ancora.
«Sono una vecchia “signora”, sono nata nel lontano 1573 e nonostante gli anni sono ancora in un ottimo stato. E’ evidente che le pietre usate dal maestro Cesare Schiero di Lecce, che si aggiudicò l’appalto durante l’asta tenutasi a Monopoli nel 1568, erano di buona fattura…» disse la voce con tono allegro e poi riprese a raccontare…
« Sono stata costruita perché in seguito al trattato di Chateau Cambresis , nel 1559, che consegnava la Puglia alla famiglia Aragona di Spagna, furono costruite lungo tutta la costa una serie di torri d’avvistamento per contrastare le incursioni dei saraceni. Erano tempi duri e difficili per la gente che abitava in questi posti! Fu proprio il Vicerè spagnolo, Parafan de Ribera, a ordinare la mia costruzione,assieme a quella di tutte le altre, non appena si insediò nella capitale del viceregno, Napoli. Pensate che solo nella terra di Bari, nel tratto che va da Barletta a Fasano, furono costruite le torri d’ Ofanto, S. Spirito, Carnosa, Pelosa, porta dello Specchio, cala S. Stefano, cala di Cintolo, testa di Canni. Fu imposta una tassa a tutti i “fuochi” (famiglie) del Mezzogiorno che avrebbe dovuto coprire la spesa complessiva della costruzione delle torri, ma terminati i fondi e cessata la tassazione nel 1570, si dovette ricorrere ad una nuova imposizione fiscale solo per le torri Pelosa e Carnosa.
Ah, dimenticavo di dirvelo… io mi chiamo Torre Pelosa! ».
Che buffo nome da dare a una torre...ma in ogni nome è racchiusa una storia, ogni nome è legato a un luogo, a un posto, a una terra. Un nome che lega indissolubilmente, in una specie di rituale sponsale, due realtà distinte. Un semplice nome racchiude in sé giri vorticosi di gomitoli danzanti al ritmo andante del Tempo; e in questo danzare la storia diventa Storia. E spesso le storie vengono dimenticate se si smette di raccontarle, se si smette di ascoltarle…
«Non credete a tutte le voci che sentite in giro» continuò nel suo raccontarsi, «non c’è mai stata nessuna donna pelosa a vivere tra le mie mura, il mio nome è legato alla terra, a questa terra, sono figlia di questo luogo e ne ho preso il suo nome. »
«Ma questo posto non si chiama Pelosa, ma …», l’osservazione acuta di Martina fu subito interrotta....
continua
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Il grande portone di legno si lasciò scivolare sul pavimento aprendosi al tocco leggero della piccola mano di Matteo. I bambini si guardarono negli occhi, adesso un po’ intimoriti, percependo che quella era una situazione insolita. Chi aveva aperto la Torre?
«Lo sapevo, non siamo stati noi i primi ad esplorare la vecchia torre, chissà quanti ragazzi ci vengono a bere o a fumare di nascosto!».
Matteo il perspicace, il furbo, il bambino scaltro.
«Io però non vedo nessun mozzicone…e non ci sono nemmeno lattine o bottiglie in giro…tutto è perfettamente pulito», replicò Martina.
Francesca adesso era appiccicata a Marco che le faceva da scudo, per proteggerla in caso di pericolo.
Martina e Matteo guardarono i loro amici.
I raggi del sole che cominciava a calare per lasciare spazio alla sera, lasciavano intravedere l’interno della grande sala del primo piano. Completamente vuota, il pavimento, chianche di pietra liscia, consumato dal tempo. Con il cuore in gola, i piccoli entrarono nella torre, in completo silenzio, senza far rumore, tenendosi,ora, tutti e 4 per mano a farsi coraggio. Anche il vivace e impavido Matteo sembrava avesse perso la lingua.
« Se volete possiamo tornare indietro», le parole lasciavano intravedere ai suoi amici la grande paura che cominciava a prendere il sopravvento.
«Torniamo a casa…», la voce decisa di Martina che trovò appoggio nei visi risollevati dei suoi amici.
Ancora con le mani unite si girarono su se stessi per fare marcia indietro e tornare di corsa verso il centro abitato del paese.
Una folata di vento improvvisa e il tonfo rumoroso del portone che sigillava il passato e il futuro nel presente buio silenzioso delle pietre.
Lo avevano visto richiudersi senza riuscire a fermare in tempo quella sua corsa che li avrebbe tenuti “prigionieri”.
Sui loro visi la paura, e allo stesso tempo la preoccupazione di ciò che li aspettava a casa una volta superata quella bravata.
Tutti guardarono in faccia Matteo aspettavano da lui un cenno, un’idea che potesse tirarli fuori da quell’impiccio.

«Non ci sono streghe qui… lo sapete vero? L’unica grande mia preoccupazione riguarda la punizione che ci aspetta a casa una volta che ci trovano …quindi ci conviene vedere se esiste una via d’uscita…», così tagliò corto Matteo che cominciò a salire le scale che portavano al piano superiore.
Senza lagnarsi Martina, Francesca e Marco seguirono in rispettoso silenzio il loro compagno, sperando in fondo al cuore che potesse davvero trovare una via di fuga attraverso quelle scale che conducevano al piano superiore. Intanto il buio pesto avrebbe di lì a poco preso il posto della luce che diventava sempre più fioca a causa del tramonto. Matteo con un gesto improvviso e il volto illuminato si girò verso i suoi compagni, mostrando loro un piccolo oggetto. Dalle tasche dei pantaloni aveva sfilato, come per magia, un accendino di plastica.
« E questo da dove salta fuori?», la voce sorpresa di Martina riecheggiò nella stanza.
« Fumo di nascosto», la risposta secca di Matteo. Francesco aveva ancora con sé il bastone di legno, un ramo secco raccolto prima mentre correvano verso la torre, i bambini lo guardarono sorridendo. Martina senza proferire parola sollevò la gonna tirandone con tutta la sua forza il bordo e riuscendo in questo modo a stracciarne un pezzo e Francesca con un gesto rapido sciolse i suoi lunghi capelli che teneva raccolti con un elastico in una grande coda. Unirono in un nuovo gioco i 4 oggetti recuperati fortuitamente e riuscirono a fabbricarne una torcia.
L’accesero e i loro visi illuminati dalla fiamma ballerina ripresero a sorridere. Il buio non li avrebbe fermati….

BUONA DOMENICA 

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Adesso erano tutti e 4 ai piedi della grande Torre che solitaria si ergeva tra le cale e le tante insenature marine che rendevano il paesaggio ancora più suggestivo. Di fronte ad essa ad ammirarla in ogni tempo senza mai stancarsi il mare. La natura, quasi incontaminata, con le poche sterpaglie che crescevano sugli scogli e i gabbiani che volavano liberi sul mare in cerca di cibo. Erano soli i 4 bambini, le loro voci cominciarono a espandersi in un luogo dominato dal silenzio, quasi a volerlo rompere una volta per tutte. Le loro mani su quelle pietre vive, quasi ad accarezzarle piano per paura di far male. Troppe mani lo avevano già fatto. Scritte colorate di rosso e nero spray erano state le uniche carezze che la vecchia Torre aveva subito nei tempi recenti da chi le si era accostato, avvicinato. Sotto il grande arco nell’angolo nascosto, un acquitrino di piscio di chi spesso aveva usato quel posto come bagno pubblico. Un odore acre, sgradevole.
« Che puzza!!!, dai andiamo via!», urlò Francesca che cominciava davvero ad aver paura di quel posto.
« Matteo, qui è troppo lontano da casa, se lo sa la mamma si arrabbierà!», continuò Martina.
Anche Marco avrebbe in realtà preferito correre indietro e tornare alla piazzetta a giocare, ma il suo ruolo di maschio non poteva essere compromesso da una paura tipica delle femmine.
«Non ti facevo così fifona, Martina!», disse Matteo.

Matteo e Marco si guardarono e con un gesto d’intesa cominciarono a salire su per scale decisi a scavalcare il vecchio cancello di ferro, attraversare il piccolo ponte di legno, e provare così a forzare il portone per entrare all’interno della torre.
Le due bambine si guardarono anch’esse, non potevano non accoglierla quella sfida. Così si fecero forza, tirarono su un bel respiro profondo e iniziarono a salire la scala.
Il primo ad arrampicarsi sulla cancellata di ferro fu Matteo, decisero poi che avrebbero fatto salire le ragazze così che sia Marco da una parte che Matteo dall’altra avrebbero potuto aiutarle a scavalcare quell’ammasso di ferro. Senza non poca difficoltà si ritrovarono sul terrazzino che era collegato alla torre dal ponte di legno. Soddisfatti della loro operazione e decisi a voler entrare nella vecchia torre si diressero verso il portone d’ingresso.
«Mi domando come faremo ad aprire quel portone!», esclamò Francesca.
Una risata, un urlo di gioia!
«E’ aperto!!!», la voce alta di Matteo.
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Per chi è interessato all'apprendimento dei ritmi di percussioni Africane e altro, con lo scopo di creare un gruppo di percussionisti, puo' mandare una mail al seguente indirizzo:
La partecipazione è gratuita e aperta anche a chi non ha esperienza musicale ed a chi non ha mai tentato di suonare un tamburo, basta l'interesse e la voglia di imparare (chi ha un tamburo può portarlo).
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“Dai Martina muoviti!!!”, urlò Matteo mentre correvano per raggiungere la vecchia Torre.

I piedi si alternavano in passi veloci, il corpo proteso in avanti e il respiro affannoso,un senso di libertà profonda e di vitalità la corsa veloce dei fanciulli verso un futuro ancora poco chiaro. Pietra ormai dimenticata, intermittenza interrotta del tempo che fu, lenta a ritroso indietro negli anni, nei secoli la corsa di lancette invisibili di un orologio ormai rotto, immobili e solitarie.
Meccanismi inceppati dove il tempo si ferma, dove sosta sperando di non finire in sempre nuovi cimiteri custodi di memorie storiche trattate come relitti, rottami di poco conto. Volti rugosi, tristi e sguardi spenti quelli di vecchi lasciati in comode e lussuose case di cura, perché non più produttivi per questo mondo che corre veloce. Seduti in poltrone confortevoli aspettando la fine del tempo. La fine del loro tempo.
Crepe sulle pietre che sanno ancora parlare, come le rughe degli anziani sui cui visi è incisa la memoria, la storia, la corsa vitale di antichi fanciulli.
“Ascolta le mie crepe, ascolta le mie rughe, Martina ascoltami!”.
Martina correva con i suoi piccoli ma forti e giovani piedi incontro al futuro della vita,Martina volava verso un punto della storia restato quasi immutato dal passare dei secoli. Custode del tempo senza fine, la vide...

La Torre costiera con le sue mura simili a quelle dei castelli cinquecenteschi, strutturata con un piano terra massiccio, forte per resistere ad eventuali colpi di cannone. Un accesso lato terra, solo dal primo piano, tramite un ponte levatoio che lo univa alla rampa di scale esterna e distanziata. All’interno una sola grande stanza con scala a pioli per salire sul terrazzo. La parete di fronte al mare completamente cieca, sul lato opposto le due finestre. Dal terrazzo si osservava la costa e si inviavano segnali, inoltre era possibile controllare l’accesso alla torre attraverso tre caditoie, usate anche per colpire gli assalitori, manovrare il ponte levatoio e osservare il circondato attraverso 4 feritoie.
Torre Pelosa, questo era il suo nome ufficiale. Alta e bella, una antica signora nata nel lontano 1500....
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