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STRANIERA A SE STESSA
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Mangiafuoco aveva ormai terminato la sua tournee nel paese di Pulcinella dove aveva riscontrato un grande successo. Spettatori incantati da tanta bellezza: I suoi burattini sembravano così reali, le sue storie d’amore così romanticamente vere. Amore struggente capace di legare due identità separate e lontane. E la bimba quasi donna, ingenua e sognatrice, era rimasta incantata da tanta bellezza, da tanta passione, da tanto amore raccontato con così convincente realtà.
Facile far leva sulla ingenuità dei cuori semplici. Facile rubare i sogni puliti per chi non è più capace di sognare e ,Mangiafuoco, non sapeva più sognare; impegnato com’era a far soldi con i suoi spettacoli. Aveva dimenticato di quando, giovane, decise di partire, lasciare il suo villaggio per girare il mondo in cerca dell’Amore. Aveva dimenticato che l’Amore lo aveva trovato ma non riconosciuto durante il suo camminare e perdutosi nella notte, non riuscì mai più a rivedere il sole. Così Mangiafuoco poteva solo sfamare i suoi desideri, le sue brame, rubando la purezza e l’amore di bimbe quasi donne. Aveva un fascino particolare, una luce che dai suoi occhi sapeva penetrare nei cuori spesso bui di chi incrociava il suo sguardo. E la bimba quasi donna, rimase vittima del fascino subdolo di Mangiafuoco.
Il carro era ormai pronto, carico di tutti gli attrezzi necessari per poter “costruire”, mettere in scena un nuovo spettacolo, in un nuovo posto. Lei era ancora lì a guardare l’attività frenetica degli artisti d’emozioni che erano impegnati a prepararsi per partire. Mangiafuoco la guardò intensamente, la fanciulla chinò il capo non potendo sostenere il suo sguardo, sentendosi improvvisamente scoperta. Lui le sorrise, le si avvicinò e l’invitò a seguirla nel suo carro.
- Vieni, ti mostrerò i miei segreti!-, gli disse con tono dolce.
- Quali segreti?- chiese timidamente la fanciulla.
- Ti aiuterò a capire…-
- Cosa devo capire?-, chiese ancora timorosa.
- La Verità!-
- Cos’è la verità?- La ragazza chinò nuovamente il capo arrossendo.
La verità è l’Amore. L’amore che trasforma la vita, l’amore che brucia e che rigenera, l’amore è la forza dell’onda che si infrange sullo scoglio, trasformandolo a poco a poco. L’amore è una mano, la Mia, che ti tiene nel palmo. Vieni da me non aver paura…
La bimba quasi donna entrò nel carro, mentre Mangiafuoco spostava il grande tendone per permetterle di entrare, salendovi subito dopo di lei e chiudendo alle spalle la spessa tenda di velluto.
- Ti porterò con me! Ti svelerò tutti i segreti dell’universo…abbracciati viaggeremo attraverso lo spazio e il tempo…conoscerai la notte, la tua notte ed avrai paura! Ma io sarò al tuo fianco e ti proteggerò!-
La fanciulla si adagiò nella grande mano di Mangiafuoco e si addormentò, serena e certa di aver trovato l’Amore. Il carro partì, dopo che Mangiafuoco aveva dato l’ordine di muoversi. Il giovane cantastorie, che come un animale da soma era costretto a trasportare con il suo esile, ma forte corpo il teatro e tutti gli artisti d’emozione, cominciò a muovere i suoi passi. Il piede destro e poi il sinistro, il corpo proteso in avanti e le braccia serrate, sulle due aste di legno che lo legavano al carretto. Sulle sue giovani spalle il peso del teatrino che girava il mondo rappresentando l’Amore per poter legare a Mangiafuoco le bimbe quasi donne di tutto il pianeta.
- Tu sei unica, tu sei bellissima…nei tuoi occhi di lago io mi rispecchio e mi perdo. I tuoi capelli neri sono la notte e la tua pelle bianca argentea la luna che brilla. Ti amo mia piccola bambina. Insieme rappresenteremo dietro il sipario rosso la Verità dell’Amore. Parleremo ai cuori delle persone e ci sapranno ascoltare. Incanteremo come flauti magici le loro menti. La luce delle stelle, le fiaccole accese, lunghe lingue di fuoco danzeranno al suono del vento, mentre noi continueremo a muovere i fili nascosti dietro il sipario. Nessun’altro dei miei artisti è bravo come te, nessun’altro conosce quello che tu puoi sentire e vedere. Il nostro sentire è unico!-
E intanto il giovane cantastorie correva trascinando il teatrino dei bugiardi,il luogo in cui l’amore veniva decantato da chi non sa cantare. E lui incapace di ribellarsi a quelle bugie continuava a trascinare sulle sue spalle quel peso insopportabile, quel peso che si moltiplicava ogni qual volta si ripartiva da un villaggio per raggiungerne uno nuovo. E mentre trainava il carro guardava le stelle e solo allora cantava l’Amore: quello vero, quello silenzioso che non fa rumore. L’Amore che è capace anche di portare sulle proprie spalle il peso delle tante bugie raccontate dai Mangiafuoco, ma che nel silenzio della notte, quando le bimbe quasi donne dormono nel palmo della mano di Mangiafuoco, canta tutta la Verità e a quel canto le bimbe si svegliano trasformate in donne e Mangiafuoco resta sempre nuovamente solo.
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Mi siedo un po’ qui con te per guardarti intensamente come non ho mai saputo fare prima di questo momento. Non ricordo di esserti mai stata così vicina e di averti sentito così intimamente, fortemente presente. Riesco a toccarti. Tu la mia amica fidata che mi conosce meglio di chiunque altro. Tu che conosci il luccichio delle mie lacrime, tu che conosci i miei no e i miei slanci di non vita. I mie rifiuti, le mie chiusure. Tu sempre paziente, tu caparbia come poche. Tu che hai saputo raccogliermi come un randagio abbandonato e bastonato da tutti. Tu che hai tollerato i miei scatti d’ira e di odio nei tuoi confronti…tu calda coperta sempre pronta a riscaldarmi il cuore. Tu che correvi più veloce di me ogni volta che fuggivo lontana da te, riuscendo a riprendermi. Quante porte e finestre ti ho sbattuto contro lasciandoti lì fuori, non permettendoti di entrare. E mi vedo lì all’angolo della strada, a mendicare…amore a chi non sapeva nemmeno cosa fosse. Tu invece ne eri, ne sei la custode. Tu che sei,adesso lo so, il mio unico grande amore. Ti guardo intensamente questa sera, dopo aver assistito a un nuovo miracolo… il sole che scendendo lascia spazio alla sera, mentre le rondini si alzano in volo per la loro consueta danza. E in quel girotondo questa sera ho partecipato anche io perché con loro volevo ringraziarti per non avermi mai abbandonata , perché mi hai permesso di diventare ciò che sono. E ti sento vibrare in ogni stretta di mano, in ogni sorriso che riesco a donare, in ogni lacrima che vedo nascere negli occhi. Ti ho vista nei disegni dei bambini e nei loro giochi. Ti ho vista nelle pietre impolverate che mi parlano da due mesi, nell’arcobaleno che questa sera univa il mare e il cielo in una tavolozza di colori ancora intatti e pronti per mescolarsi tra loro …come me che finalmente comincio a capire che l’unico modo che conosco per sentirmi felice è stringere le mani, tessermi con gli altri fili dell’unico gomitolo…
E mi sento in profonda comunione con il Tutto che mi circonda e torno a voler danzarti con tutta la mia voglia che ho di te…vita!
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« Ma siete impazziti? Richiudete la cassa immediatamente c’ è troppa luce…così mi farete diventare cieco!», cominciò a lagnarsi una vocina che dall’interno della cassa reclamava il suo diritto di tutela per la propria vista!

I bambini richiusero di botto la cassa e una nuvola di polvere si alzò fin sopra il soffitto.
Iniziarono a tossire, mentre Matteo si lasciò sopraffare da una serie di starnuti a raffica che uscivano con forza e veloci come colpi di una mitragliatrice impazzita. Gli occhi rossi, il viso infuocato per lo sforzo. I suoi amici risero assieme alla voce diventata ormai una “vecchia”amica.
- Ma di chi è la vocina nella cassa?-, chiese Martina alla padrona della Torre.
- Vi avevo detto ieri, che la storia doveva essere interrotta per lasciare spazio ad altri protagonisti!-, così spiegò la voce ai bambini.
I bambini avevano fatto la conoscenza con un nuovo importante personaggio.
- Suvvia adesso, piano piano,riapriate la cassa, lasciate che i raggi di luce entrino a poco a poco, così che io non soffra troppo!-, disse la vocina ormai più calma e serena dall’interno della grande cassa.
I bambini si accostarono al legno e riaprirono molto lentamente il cassone, lasciando filtrare a poco a poco i raggi della luce, permettendo così agli occhi del nuovo amico, di riabituarsi al chiarore. Quando fu pronto, quando ormai la luce non avrebbe più potuto fargli del male disse:- Ecco adesso potete aprire completamente la cassa!-.
I bambini eseguirono. Al centro giaceva ancora l’enorme gomitolo di lana che occupava tutto lo spazio, impossibile scorgere altro.
- Ma dove sei?-, chiese incuriosita Martina.
- Sono qui…-, rispose la vocina mentre cercava di farsi spazio tra i fili aggrovigliati.
Un piccolo esserino camminava in modo divertente, due passi avanti e uno indietro. Con sorpresa i 4 piccoli amici capirono che si trattava di un animaletto alquanto buffo che da sempre abitava sulle coste del loro mare, tra gli scogli. Il favollo, con il suo colore rossastro e quella piccola peluria a coprire il suo corpo tozzo, gli occhi nascosti tra due chele pronte a chiudersi come due tenaglie taglienti.
- Sono lieto di fare la vostra conoscenza! Io mi chiamo Ollo, detto Pelosino!- porgendo la sua chela, come per stringere le mani dei bambini.
Che simpatico, il piccolo nuovo amico era subito entrato in sintonia con i ragazzi che lo guardavano ancora con stupore. Meraviglia legata anche al fatto, non secondario, che Ollo era fatto di lana! Una specie di pupazzo, realizzato con il filo di quell’enorme gomitolo, a cui era ancora legato nella parte posteriore dell’ultima sua zampetta. Un bellissimo esemplare di burattino da dito, capace di animarsi grazie al buco centrale dove poter inserire le dita per dargli vita. Ma Ollo non aveva bisogno di dita umane per parlare, muoversi, vivere…
- Ollo sei bellissimo-, disse Martina mentre piano con il suo dito indice lo accarezzava.
- Ehi, ragazzina! Smettila di solleticarmi…piuttosto ho un lavoro per te…per voi. Prima però devo raccontarvi una Storia!-.
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FELICE DOMENICA
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Io li ho letti. E voi?
"Straniera a se stessa" di Barbara Ardito e "Vento Rosso" di Giuliana Argenio.
Su IBS.
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La mattina dopo a scuola i bambini trascorsero la giornata in disparte dagli altri. Un piccolo gruppetto isolato che durante l’intervallo parlottava della grande avventura che il giorno prima aveva vissuto. Decisero che si sarebbero incontrati nel primissimo pomeriggio. Avrebbero giustificato ai genitori l’uscita, attorno alle 15, con un lavoro di studio.
« Mamma alle 3 devo andare a casa di Francesca e dobbiamo incontrarci con Matteo e Marco, perché la maestra Teresa ci ha dato un compito di storia.», disse Martina a Giovanna mentre pranzavano assieme.
«Che tipo di lavoro, di compito dovete fare?», le chiese.
Martina ci pensò un po’ e poi in tutta fretta rispose:« Un difficile lavoro a maglia! Ci aiuterà la nonna di Francesca, per questo andiamo a casa sua!».
Un lavoro a maglia. Che strano compito la maestra Teresa aveva assegnato ai bambini.
«Mamma non guardarmi in quel modo, la maestra ci ha spiegato che la storia, il tempo è come una grande matassa di lana che si lavora…», continuò a raccontare.
« Va bene, Martina…non ti agitare!».
«Mamma tu che farai oggi pomeriggio? Perché non esci un po’ con Claudia, la tua amica? Oppure perché non vai dal parrucchiere e ti fai ancora più bella! Oppure puoi…» Martina fu interrotta bruscamente da Giovanna.
« Non dire stupidate!», concluse lapidaria.
Martina chinò il capo. Voleva solo che la sua mamma fosse un po’ più felice. Voleva solo che la sua mamma ricominciasse a sorridere. Voleva che la sua mamma trovasse per entrambe un uomo da abbracciare. Un nuovo papà che le amasse proprio come Luca. Voleva che la sua mamma ricominciasse a lavorare il gomitolo della sua vita.
Martina abbozzò un sorriso, pensava alla scusa che aveva trovato per giustificare la sua uscita pomeridiana con gli amici. Un compito di storia che si realizzava in un grande lavoro a maglia.
“Che idea assurda…mi è saltata in mente!”, pensò tra sé mentre preparava lo zainetto pronta per uscire.
«Mamma io vado!», e uscì chiudendo il silenzio del Passato nella stessa stanza con la sua mamma.
Sarebbe stato il compagno perfetto, il compagno preferito di Giovanna.

Alle 3 in punto i ragazzi si incontrarono alla solita piazzetta e poi in tutta fretta si diressero alla Torre, dove avevano appuntamento con la “voce”.
Il portone era aperto, proprio come il giorno prima. Salirono su per le scale, dirigendosi nella stanza dove avevano adagiato per terra le due casse.
Erano ancora lì. Chiuse.
« Vi aspettavo!».
I bambini sorrisero e rimasero ancora in silenzio.
« Martina, cosa hai raccontato alla tua mamma?», le chiese la voce. Martina arrossì, mentre nascondeva le mani dietro la spalla, torturandole un po’ per l’agitazione.
« Le ho solo detto che dovevamo fare un lavoro di storia, a casa di Francesca e che la sua nonna ci avrebbe aiutato!», rispose titubante.
« Che genere di lavoro?», le domandò divertita la voce.
« Un lavoro a maglia!», le rispose Martina.
I suoi amici risero, Martina si lasciò andare anche lei a quel momento di leggera ilarità. Il sole illuminava la stanza entrando dalle finestre che davano sul terrazzino che si affacciava sul mare che rifletteva e brillava di raggi dorati che si specchiavano vanitosi nelle sue acque.
« Martina sarai tu ad aprire le casse…», così ordinò la voce.
Martina si avvicinò alla scatola lunga trovata da Matteo nella stanza adiacente, la prese tra le mani, non era affatto pesante e pianissimo ne sollevò la parte superiore.
Il viso della bambina si illuminò di stupore e meraviglia.
« Ci sono due ferri da lana!», esclamò mostrando ai suoi compagni il contenuto della scatola.
« Sì, due ferri da lavoro…due ferri da maglia.», confermò la voce senza aggiungere altro.
Martina guardò negli occhi Matteo in attesa di un suo cenno per poter procedere all’apertura dell’enorme cassa di legno. Le sue piccole mani su quel legno vecchio e pieno di piccolissimi buchi, tarlato dal tempo. Con forza Martina provò a sollevare la parte superiore della cassa.
«Non ce la faccio…aiutatemi!», disse rivolgendosi ai suoi amici che pronti le si avvicinarono e insieme cominciarono a spingere verso l’alto la parte superiore del cassone.
« Oh issaaaaaaa…ecco ci siamo!».
La cassa era aperta.
I bambini erano ancora più meravigliati di prima. Non avevano mai visto nulla di simile. Cioè conoscevano benissimo il gomitolo, la matassa, ne avevano viste diverse nella loro vita, ma mai nessuna così grande, enorme…

Continuarono a guardare quella gigantesca matassa incantati, rapiti da tutti quei grovigli, giri su giri, di filo lungo e spesso. Quanto tempo poteva essere arrotolato su quella grande matassa? Quante vite, storie, volti, personaggi, stagioni, potevano essere stati incisi su quel filo lunghissimo che adesso era tutto aggrovigliato su se stesso?
Se avessero potuto srotolare quella matassa e percorrere un viaggio a ritroso nel tempo fin dove sarebbero arrivati?
Avrebbero forse incontrato, parlato, conosciuto con il maestro Cesare Schiero di Lecce, che vincendo l’appalto costruì la vecchia Torre? Avrebbero potuto conoscere gli antichi cavalieri che facevano da vedetta e scrutavano il mare per difendere le città nell’entroterra dagli attacchi dei Saraceni? E quei soldati erano innamorati? Le loro donne…i loro figli…
I pensieri correvano veloci sul filo del tempo che attorcigliato giaceva nella cassa, trasportando i bambini in dimensioni temporali assai lontane. All’improvviso furono riportati in quella stanza..
« Ma siete impazziti? Richiudete la cassa immediatamente c’ è troppa luce…così mi farete diventare cieco!», cominciò a lagnarsi una vocina che dall’interno della cassa reclamava il suo diritto di tutela per la propria vista!
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Sono qui al pc che ammazzo il tempo e comincio a sfogliare le diverse cartelle gialle che popolano il mio desktop…immagini… click… e la cartella si apre.

Il tempo oggi non vuole essere ammazzato!
La mia mente corre velocemente indietro nel tempo e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Come ero piccola e lei com’era grande… Bella, severa e allo stesso tempo dolcissima. Il suo profumo, lo ricordo ancora così bene come ricordo il sorriso. Quando mi sorrideva sulle guance le si formavano due bellissime fossette. Mi piaceva guardare le sue rughe, restavo incantata ad ammirare i solchi del tempo sul suo viso.
Le sue rose, come ne andava orgogliosa. Quando è andata via, dopo non molto tempo, la sognai…
Io uscii di casa e la vidi lontano con la zia, camminavano vicine come brave cognate…io mi misi a correre per raggiungerle. Lei mi aspettò un pochino,il tempo di un abbraccio.
“Vengo con voi!”, furono le mie parole.
Lo ricordo benissimo lo sguardo severo e il suo fermo e deciso:” No, tu non puoi! Devi fare la tua strada!”.
Poi si allontanarono entrambe su un lungo viale mentre io rimasi lì ferma con le lacrime che scendevano.
Adesso te lo posso dire nonna: “ Ho camminato per la mia strada…continuo a camminare e so che tu ne sei fiera… però, però a volte mi mancano ancora i tuoi abbracci …
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In luoghi diversi ma nello stesso momento i 4 amici si trovarono a vivere un frammento di esistenza simile.
«Ma ti sembra l’ora di rientrare a casa? Dove sei stato? Io e tuo padre siamo morti per lo spavento…».
Ecco solo quest’ ultima parola faceva la differenza. “Padre”.
Giovanna, la mamma di Martina, non prese in considerazione il papà. Lui le aveva lasciate molto tempo prima. Il gomitolo della vita di Giovanna era rimasto bloccato, ingarbugliato tra nodi di dolore.” Il Tempo ti aiuterà a guarire questa ferita!” Così le avevano detto. Il tempo aiuta a dimenticare. Accumuli di polvere ,che con il passare degli anni, a strati, si posano sul cuore fino a non sentirlo più. Una piccola gomma che si muove velocemente, frenetica disperazione causata dal dolore, cancella pezzi di esistenze. Il gioco è fatto: Luca non avrebbe mai più fatto parte delle loro vite.
«Mamma scusami ero con i miei amici e non ci siamo resi conto che il tempo fosse volato!».
Il Tempo vola in alcuni casi, il tempo mette le ali quando lo si vive pienamente. Giovanna, al contrario, aveva smesso di vivere, era morta assieme a Luca dieci anni prima. Per lei le giornate erano sempre tutte uguali. Una donna dal cuore forte, certamente. Ferma nelle sue decisioni indubbiamente non semplici. Una donna che doveva necessariamente comprendere in se stessa la parte femminile e la parte maschile. Doveva con Martina parlare da mamma e da papà, perché non voleva che la sua adorata figlia crescesse con questa grave mancanza. Non sapeva, però che Martina e Luca erano da sempre in contatto. La piccola, a differenza sua,non aveva cancellato nulla. Quando era più piccina aveva provato ad accennare alla sua mamma che riusciva a parlare con il suo papà, che poteva sentirlo…non sapeva spiegare come, non riusciva a trovare parole che potessero dar voce a quello che accadeva in quella stanza lontana della sua anima, o della sua mente. Martina a soli 4 anni era riuscita ad ottenere dalla sua mamma solo una prenotazione da un bravo psicologo dell’età evolutiva. Gli adulti risolvono presto alcune faccende per loro incomprensibili ma che per i bambini sono naturali. I bambini pensano poco, vivono semplicemente e in questo vivere riescono a cogliere, a coincidere con il tutto riassumendolo in sé. Così qualunque cosa riesce a parlare, perché loro ne sanno trovare l’anima. E in un gioco di identificazioni possono mutarsi in bellissimi gabbiani che volano alti sul mare, oppure trasformarsi in gocce di pioggia scrosciante che cadendo al suolo si moltiplica in una serie infinita di minuscole particelle d’acqua, per poi cambiarsi nuovamente, vestendosi da piccoli fiori che aprono le loro corolle ai raggi tiepidi del sole e ancora sanno esplodere di luce nel buio della notte come le stelle.
E sanno parlare e ascoltare ciò che a noi adulti sembra senza vita.
Non era malata Martina, adesso ne aveva la conferma. Non solo lei era riuscita a sentire la voce delle pietre. Certo la piccola aveva un dono in più: riusciva a parlare con il suo papà.
«Martina io davvero non so cosa fare con te… sei tornata molto tardi, con la gonna stracciata… », disse Giovanna.
Martina con la testa bassa non osò dir nulla, in silenzio si diresse verso il bagno per lavarsi le mani e sedersi a tavola. La cena era pronta.
Seduta alla sua sedia Martina cominciò a mangiare con gusto ciò che la sua mamma le aveva preparato, era affamata questo è vero, ma allo stesso tempo sapeva che quella era un’ottima strategia per far calmare Giovanna. Le piaceva, infatti, e le dava molta gioia vedere che ciò che preparava era “apprezzato” della sua bambina sempre troppo esile e piccola per gli occhi di una mamma che non ha altro da guardare, che non ha altro d’amare.
«Sai bene Martina che dovrò punirti!», le disse Giovanna con tono fermo e deciso. Martina abbassò lo sguardo in segno di rassegnazione, sperando solo che la punizione non le impedisse di tornare a giocare con i suoi amici l’indomani.
«Andrai a letto immediatamente dopo cena e per una settimana niente televisione!».
Un sorriso e un abbraccio alla mamma fu la risposta gioiosa di Martina che alzatasi in tutta fretta dalla sua sedia, andò in camera.
«Martina i denti!!!», urlò la mamma mentre sparecchiava la tavola.
«Si, mamma li lavo subito e dopo vado a letto!».
Sul suo letto Martina ripensava alla grande avventura vissuta quel pomeriggio con i suoi amici.
Una carezza sulla testa e un bacio caldo sulla fronte, Luca era arrivato.
«Allora tesoro mio che mi racconti? Hai nuovamente fatto preoccupare e arrabbiare la mamma?».
«Sì, papà ma non l’ho fatto apposta…non puoi neanche immaginare cosa mi è successo oggi. Siamo andati a giocare alla vecchia Torre e…», Martina cominciò a raccontare a Luca tutto quello che aveva vissuto.
« E nella cassa di legno cosa c’era?», le chiese.
«Non lo sappiamo ancora…dobbiamo tornarci domani.»
Luca le sorrise.
« Ti voglio bene papà!», sussurrò Martina mentre i suoi occhi si chiudevano per la stanchezza.
«Buona notte, tesoro mio!» e una lacrima scivolò sulla guancia.
Quanto era bella la sua bambina. Un dritto e un rovescio sul gomitolo della vita e la storia si compie.
Luca lo sapeva!
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