(SECONDA PARTE)


Raccontamela ancora la storia di Carluccio.

Quando alla fine si è arreso e ha deciso di lasciare tutto e partire, lontano. Nei suoi occhi la speranza di cominciare una nuova vita. Il patto fatto con tutti voi. L’imbarco e il lungo viaggio verso l’America. E la sua valigia di cartone; a sostenerlo, accompagnandolo in quella grande avventura, il quarto dei figli. Solo il quarto è andato via con lui, nell’attesa che tutti gli altri li raggiungessero non appena sistemati. La nave si allontana, ma quella distanza che via via si fa più grande viene colmata dal patto, le lacrime allora vengono cacciate con forza: il sacrificio di un anno di lontananza e poi tutta la famiglia sarebbe stata nuovamente insieme, anche se in una terra diversa e nuova.

Raccontamela ancora la storia di Carluccio.

 Quando  poi il patto lo ruppe lui stesso, mandandovi quella lettera. Usò toni accesi e forti il nonno, intimando il contrordine: nessun’altro avrebbe messo piede in America.

“Qui è tutto diverso, qui i miei figli non ce li voglio. Meglio pane e cipolla, ma a casa nostra.”

Così aveva scritto nella lettera e con quelle parole aveva stracciato la vostra alleanza. Carluccio però pane e cipolla nella sua terra non l’ha mangiato. Lui è rimasto in America per 10 anni. Lavorando come pulitore di scarpe nel club dei ricchi che giocavano a golf. Era già troppo “vecchio”e ignorante per aspirare a un lavoro migliore. Solo la prima elementare aveva frequentato ed io adesso mi domando come abbia fatto a imparare una nuova lingua. Forse la risposta è nell’amore per la sua famiglia e i suoi figli.

In quei dieci anni, chissà quanto ha pianto. Chissà quanto ha desiderato tornare. E i soldi che mandava venivano accumulati: mattone su mattone. Così hanno potuto costruire la casa. La casa dove io adesso vivo.

Una casa grande a differenza delle altre in cui la grande famiglia aveva vissuto. Con giardino e terrazza, al centro del paese. E le finestre danno sul mare e quando mi affaccio e chiudo gli occhi mi porta l’antico profumo del nonno-eroe che non ho mai conosciuto.

Raccontamela ancora la storia di Carluccio e della sua testardaggine, del suo coraggio e del suo amore smisurato per i bambini. Di quando ognuno dei suoi piccoli animali, così chiamava in tono affettuoso i suoi figli, portava in casa un amico e il numero dei commensali aumentava in modo smisurato. E lui per niente adirato si rivolgeva a Maria, sua moglie,dicendo: - Uagliè ammin d’chiù a past che stonn i uagnun!-.

E si riusciva a condividere dopo aver moltiplicato il poco, facendo rivivere l’antico miracolo della moltiplicazione dei due pani e dei due pesci.

E la sera attorno al focolare a leggere i fumetti, passandoseli e procedendo con il rispettoso ordine che teneva in considerazione la gerarchia segnata dall’età. Prima il nonno che lo passava al primo figlio, che a sua volta passava il giornalino al secondogenito e così via fino all’ultimo in grado di  leggere; e Maria, mentre spicciava ancora le ultime cose di casa, li guardava e pensava di essere la donna più ricca e felice del mondo.

Immersione…

e la grande bolla di cristallo mi accoglie ancora nella grande casa, assieme a tutti gli altri.

E lo so, sono una donna adulta ormai, ma continuo a chiedervi come facevo da bambina di raccontarmela ancora la storia di Carluccio…

Poi i dieci anni in America trascorsero non senza inciampi, ma la casa era lì davanti ai suoi occhi quando tornò dall’America; invecchiato, con il sigaro tra le labbra e i capelli bianchi.  Il quarto dei suoi figli invece non era con lui. In America si era sposato e messo su famiglia. Io il nonno Carluccio non l’ho conosciuto, ma i miei cugini più grandi se chiudono gli occhi possono vedere piccoli flashback di un passato che torna ad essere presente. Il nonno tornato dall’America, quello strano paese lontano e grande. E ai bambini, che vedono per natura le cose del mondo come da una lente di ingrandimento, l’America appariva ancora più enorme. Il nonno li guardava e sorrideva pensando agli altri due piccoli nipoti che aveva lasciato oltreoceano e poi in una lingua poco comprensibile, chiedeva ai suoi nuovi nipotini italiani poche coccole.

“Come here… squacciam back” e la manina scivolava sulla grande schiena a donare quelle grattatine che il nonno chiedeva.

Era  felice Carluccio, il povero pescatore. I figli erano tutti sistemati e grandi, la casa profumava di rose che la nonna aveva curato e che lui adesso poteva godere dei colori e degli odori.

E la notte nel grande lettone Carluccio aveva confessato a Maria che in quei 10 anni in cui erano stati lontani e separati non l’aveva mai tradita con nessun’altra donna. Li immagino, i miei nonni, finalmente, nuovamente, uniti nell’amore non più solo spirituale ma che si concretizza in un amplesso di piacere in cui i corpi possono finalmente trovare la pace. La stessa identica pace dell’anima. Il sogno americano aveva fatto sì che un umile pescatore riscattasse la sua vita e quella della sua numerosa famiglia. Una casa che potesse finalmente proteggerli dalle intemperie. Non era più necessario per lui, andare a dormire nella barca per far posto ai figli. Non avrebbe più avuto come tetto il cielo stellato.

Si alzò da tavola, dopo aver pranzato, un giro in giardino ed ammirare le sue rose, accarezzandole una per una. Il sole brillava alto in quella tiepida giornata di maggio. Poi il riposino pomeridiano.

Non si è più svegliato Carluccio. Morì d’infarto nel suo letto, nella sua nuova casa. Un mese, un mese soltanto ha vissuto dopo il suo ritorno dall’America.

Mi appoggio al muro, ne sento l’odore e la consistenza. Avvicino l’orecchio alle pareti, ne scrosto l’intonaco con le unghie e noto con stupore che il colore delle pietre è rosso…

Le bacio e  odo un’eco lontana:il rumore del mare, che con i suoi movimenti ondulatori, culla la barca del nonno Carluccio e lui riposa sereno.

 

 

fantasia972 ha postato giovedì, 28 agosto 2008 alle agosto 28, 2008 10:16
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Immersione. Sono un po’ di giorni che questa parola mi ronza nella testa. Sono due giorni che il silenzio avvolge il cuore, dopo una settimana di chiasso. Una settimana di immersione nella grande bolla di cristallo, che da sempre percepisco come la “casa” che accoglie tutti noi:la mia famiglia.

Raccontamela ancora la storia del nonno, che mai ho conosciuto. E gli occhi di mia madre e dei suoi fratelli, i miei zii, diventano sempre così luccicanti quando parlano di lui.

Carluccio, così lo chiamavano i suoi amici pescatori. E la descrizione della sua mano, grande e callosa, ruvida segnata da solchi lasciati dal movimento ritmico con cui tirava la sua piccola barca  a remi, quando il mare era sì generoso, ma i suoi frutti non erano così apprezzati. Il nonno alla fine ha dovuto lasciare i suoi amori: la moglie, i figli e il mare.

Sei figli da sfamare e il pesce non poteva bastare a compiere quel miracolo di sopravvivenza.

Raccontamela ancora la storia di Carluccio.

Quando tornava a casa dopo una lunga notte trascorsa in mare con poche sarde tra le mani e nel silenzio di quella stanza, di fronte al fuoco acceso, mentre i suoi figli dormivano, pensava a come avrebbe potuto sfamarli. E quasi quasi, riesco e vedere le sue lacrime che nel silenzioso buio della stanza rigavano quel volto arso dal sale e dal sole.

Carluccio era generoso nel poco, nel niente. Un chilo di pane al giorno da dividere in otto e spesso quelle divisioni erano con resto. Un resto che però non veniva mai messo sotto chiave.

D’inverno il mare diventava avaro. Il pane lo pagavano a credito da Antonietta, proprietaria dell’unica bottega di generi alimentari del paese. Antonietta a Carluccio il pane lo dava volentieri, perché era preciso nei pagamenti. Ma c’erano altri pescatori che proprio non sapevano come fare per sfamare i figli.

-Carlù, u’ tin u’ pan?-, veniva a bussare la sera a casa del nonno. Solo un chilo per la mia famiglia…come posso dartelo?

Poi sorrideva e chiamava mia madre.

-Uagliè v’ da Andoniett e pigghie nu chil d’ pan e fauu’ screiv sop u quadern a nom me!

Così mia madre correva alla bottega a prendere il pane che poi il nonno avrebbe pagato e lo regalava al suo amico pescatore.

E li vedo, quei due omoni che si stringono in un abbraccio, complici e uniti contro un’ esistenza non facile da percorrere.


continua

fantasia972 ha postato martedì, 26 agosto 2008 alle agosto 26, 2008 10:39
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MA PRIMA O POI TORNERO' NORMALE!!!

fantasia972 ha postato giovedì, 21 agosto 2008 alle agosto 21, 2008 08:30
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In ---> comunicazioni
Un 4 mani davvero speciale, lui ha solo 7 anni ed io ho fatto ben poco per "creare" questo piccolo gioiello...
la cosa che più mi ha entusiasmato è stato vedere i suoi occhi a lavoro finito...ed è bello poter risvegliare il "poeta" che è in ognuno di noi...
adesso però siate clementi con i vostri commenti che basta poco a distruggere i sogni dei bambini!

POESIOLA
Il sole brilla sul vetro del treno
che corre veloce sul verde terreno.
Il passeggero con il suo ombrello
il bambino con il girello.
Lavora il dottore a tutte le ore,
perchè c'è un pinguino che ha male al pancino.
Il treno riparte a gran velocità
e tutti ridono di felicità!

Vito 7 anni, Barbara 36
fantasia972 ha postato sabato, 16 agosto 2008 alle agosto 16, 2008 09:11
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La bocca secca e le labbra spaccate dal caldo, dal sole del deserto…fin lì l’aveva spinta la ricerca che stava compiendo da anni. Tutta una vita a inseguire qualcosa che non appena raggiungeva, non appena pensava di averlo toccato, afferrato le scivolava via dalle mani, dalle dita come minuscoli e infiniti granelli di sabbia, come acqua che non puoi afferrare. Acqua, quanta sete. E  in quel momento i piedi affondavano nella sabbia bollente di quel deserto, silenzioso, tenebroso quasi come il bosco più oscuro che aveva attraversato anni prima. Ho sete, sete d’amore, le ultime sue parole prima di cadere per terra e rotolare giù per la duna. Quando aprì gli occhi si ritrovò in un letto ampio, morbido, tra lenzuola di seta…al suo fianco il corpo semi nudo di un uomo che dormiva. Lo guardò, bellissimo il suo volto, bellissimo quel corpo scolpito come marmo liscio, levigato… aveva fatto l’amore con quell’uomo! Ricordò perfettamente il suo odore entratole nell’anima, ricordò le sue mani calde che l' accarezzavano ovunque, ricordò i suoi baci e le sue labbra sui suoi seni, la sua lingua che si divertiva a leccarla come fosse un dolce morbido, come se fosse un gelato alla fragola… le lingue intrecciate come i loro corpi, su quel letto grande e morbido, mentre l’eccitazione aumentava al ritmo dei battiti dei loro cuori, mentre i loro umori si mescolavano, mentre tutto diventava uno. Ancora con il suo sapore nella bocca aprì gli occhi perché voleva guardarlo bene in viso, ma l’immagine cominciò a diventare sempre meno nitida, sempre più sfocata, fino a scomparire completamente…ancora sabbia, solo sabbia attorno a lei. Sabbia, caldo, sole, sete…sete d’amore! Un urlo nel deserto, chi poteva ascoltarla? Chi poteva salvarla dall’arsura? Ho sete, sete d’amore! Non voglio miraggi urlava impazzita!
 Il deserto che strano posto, attorno solo giallo oro che acceca, attorno solo silenzio, mentre il sole sembra dover cadere dal cielo e travolgerti con il suo fuoco. La pelle bruciava come carne sulla brace, le gocce di sudore lente scivolavano lungo la fronte e il viso, mentre altre ancora si insinuavano tra i suoi seni, quasi a voler dissetarle la pelle. Sdraiata su quella finissima sabbia dorata non riusciva più a muoversi, esausta, stanca…chiuse ancora gli occhi nella speranza di riaprirli almeno in un’oasi, sotto l’ombra di una palma. Quante possibilità ci sono di ritrovarsi in un’oasi nel pieno del deserto? Non ci fu risposta perché il vento cominciò ad alzarsi forte, la sabbia spostata dalla forza del suo soffio sembrava facesse camminare le dune, sembrava che si rincorressero come amanti che giocano divertiti. Intanto la donna fu raccolta da quelle ali magiche, sollevata da terra e trasportata altrove.
Cos’è l’altrove? Che posto è mai questo? Un grande magazzino di vetrine luccicanti, manichini di uomini e donne nelle pose più impensate…volti sorridenti, sempre giovani, corpi perfetti nella loro rigidità, atmosfere seducenti di amplessi luccicanti e abbaglianti come il piacere ricercato in vetrina. A ogni manichino corrispondeva la sua etichetta con tanto di descrizione per le prestazioni particolari del particolare manichino, con tanto di prezzo. Si trovò in vetrina anche lei…per strada intanto i passanti lanciavano sguardi veloci in cerca di attimi d’amore…ma l’amore ha un prezzo? L’amore si paga? Lei bella, giovane, la bocca rossa truccata di un rossetto morbido che le rendeva carnose le labbra…labbra da baciare! Quanto costa un bacio? Un bacio ha un prezzo? L’abito nero succinto sul suo corpo dalle curve mozzafiato, la scollatura profonda mostrava appena la sporgenza dei suoi bianchi seni, la pelle morbida, la pelle calda…che desiderio di essere baciata ancora! Che desiderio voler sentire ancora la mano di un uomo che la stringeva a sé, che desiderio d’amore…ma tutto questo ha un prezzo? Se lo chiedeva, se lo domandava…perché sono in una vetrina? Chi mi comprerà potrà tenermi con sé tutta la vita? Potrà darmi quello che cerco? Cosa cerco? Cosa voglio?...voglio l’amore!!!...
Non ebbe il tempo di finire quel pensiero che un giovane uomo con il volto coperto, spaccò quel vetro. Ai suoi piedi tanti pezzettini infiniti di sguardi sfuggenti,  di pensieri osceni suscitati nelle menti perverse e sole di chi le passava davanti ogni giorno. Ai suoi piedi desideri inconfessati di chi avrebbe voluto spaccare la vetrina per portarla con sé, ma non aveva osato. Ai suoi piedi sguardi ingordi, insaziabili di uomini, donne che avrebbero voluto divorarla, mangiarla, inglobarla per farla poi vivere dentro di sé in qualche modo, o semplicemente cancellarla. Ai suoi piedi i tanti frammenti di quella vetrina, come catene spaccate dalle mani forti di un liberatore restavano immobili. Quelle stesse mani la sollevarono di peso, il corpo rigido di manichino non oppose nessuna resistenza.  Il giovane uomo si scoprì il volto, la guardò intensamente negli occhi, sei libera…libera di andare o seguirmi. L’aveva davvero comprata? Aveva davvero acquistato l’amore? Davvero l’amore si può comprare? Quanto costa l’amore? Che prezzo fa? …il prezzo dell’amore in vetrina è la tua libertà! Un paio di ali per volare lontana da quel posto orribile, sentiva ancora sul suo corpo gli occhi e le bocche desiderose dei passanti compratori di emozioni…sentiva ancora l’odore dei loro corpi mercenari, dei loro corpi avariati, come tante confezioni di prodotti in scadenza, come tante confezioni ammuffite negli scaffali di negozi pieni di merci da vendere….vendere e comprare come gli umani manichini che si vendono per amore, che si vendono per amare. Sei libera di andare!!! Con un bacio sulla fronte le lasciò le mani che ancora teneva nelle sue, con un bacio sulla fronte le donò nuovamente la libertà, certo che avrebbe ripreso il suo viaggio in cerca dell’amore, in cerca dell’ Amore. Un sorriso, dolce aperto, sincero…libera di andare, libera di cercare, libera di tornare. Se…forse…
Gli occhi, quegli occhi così profondamente veri, così profondamente sconfinati come prati verdi. Improvviso in lei il desiderio di essere brucata come una giovane e tenera foglia. Lei foglia, lui bruco! Le sue mani chiuse a pugno su un ramo ricco di verde primavera per portarne via le foglie, per lasciarla completamente spoglia, nuda. Dentro di lei tanta luce ,fuori le sue ali…lo baciò sulla bocca e poi spiccò il volo in cerca dell’amore.
MA LUI ERA L'AMORE?
A questa domanda un brivido le scosse l’anima facendole  accapponare la pelle, i capezzoli divennero turgidi e duri, mentre i pensieri le affollavano la mente, mentre ripensava a quelle mani che la tenevano stretta, mentre rivedeva quegli occhi  che l’avevano penetrata così profondamente.  Si girò a guardare indietro, come se qualcuno le avesse urlato la risposta a quella domanda... MA LUI ERA L’AMORE? Tornare indietro per poterlo stringere ancora, trovare un cartello segnaletico, che magari permetteva un’inversione di marcia anche su una strada a corsia con striscia continua… pigiò il piede sull’ acceleratore, imboccando il tunnel di una galleria, le luci gialle permettevano di vedere a malapena la strada che stava percorrendo, quella lunga e profonda galleria che l’avrebbe portata chissà dove. Quel foro nel cuore di una montagna che l’avrebbe condotta al centro del mondo, al centro di se stessa, al centro del suo cuore. E il buio diventava sempre più fitto, e la carreggiata pareva stringersi sempre di più, come se stesse percorrendo l’interno di un imbuto…  man mano che il tempo scorreva, la strada diventava sempre più sottile, la galleria stessa diventava sempre più stretta. L’inesorabile tempo che passa, porta a muoversi, a camminare dentro un qualcosa a forma di imbuto…scegli e ogni volta che compi una scelta ti rendi conto di aver escluso tante altre mille possibilità…aveva scelto di volare, aveva scelto la libertà, aveva scelto di continuare a cercare l’Amore, ma a cosa aveva rinunciato? Se fosse rimasta in quegli occhi, se fosse rimasta in quel bacio, se fosse rimasta tra quelle braccia…se… se…se… non si vive di se, non si vive di forse, non si vive di sogni.  A questo pensiero una lacrima le scivolò lungo la guancia. “ NON SI VIVE DI SOGNI”- urlò e accelerò la sua corsa all’interno della galleria. Le luci cominciarono a tremare, uno scossone spostò l’automobile che sbandò , un filo elettrico di un palo cominciò a ballare per aria, indeciso dove cadere, dove posarsi, dove provocare un danno…il cavo sorrise maligno, la guardò e poi si scagliò sull’auto.  Con una forza tremenda fu scagliata fuori dall’abitacolo della sua autovettura. Scintille, scoppi, fumo, luce…lei tramortita per terra.
Aprì gli occhi, non sapendo dove fosse …non ricordava quasi nulla, solo quella frenata e poi lo scoppio. Il fumo circondava quel cunicolo, quella strettoia dove adesso si trovava, ancora distesa per terra. Si fece forza, si rimise in piedi, si girò per cercare con gli occhi la sua auto, o per lo meno cosa ne fosse rimasto…non vide nulla! Era completamente sola in questa galleria piccola, grande solo da contenere il corpo di un essere umano…sempre più confusa cominciò a incamminarsi sperando di trovare quanto prima l’uscita, sperando di svegliarsi da questo nuovo incubo nato forse solo dalla sua mente malata. Camminava guardandosi attorno cercando un minimo di normalità, in un posto così assurdo. Sprazzi di luce che a tratti permettevano di guardare dove mettere i piedi, sprazzi di luce come se fossero provocati da contatti di fili elettrici, da cavi scoperti e che a intermittenza  irregolare accendevano tutto. Si mise a correre con tutta l’energia rimasta per poter giungere alla fine di quel maledetto tunnel… di fronte a lei porte, le guardò erano tre e ancora una volta si trovò nella condizione di dover scegliere.
Quale delle tre avrebbe aperto? La porta centrale, semplice in legno un po’ andato e consumato dal tempo, al centro di questa un enorme buco, causato sicuramente da un colpo ricevuto tempo prima, la riconobbe subito era quella che l’avrebbe riportata a casa, nel suo mondo fatto di volti conosciuti, ma che non le aveva risparmiato dolori e sofferenze e anche in quel mondo i suoi amori avevano l’aspro odore di MIRAGGI. I miraggi reali, quelli più dolorosi perché provocati da stati alterati di coscienza forse o da overdose di fiducia in chi sicuramente non può far del male perché parte integrante del nostro mondo. Fu tentata di riaprire quella porta e tornare indietro nella speranza di trovare un qualche cambiamento in quel reale. Appoggiò la mano sul pomello d’ottone lucido, freddo e il suo cuore si riscaldò improvvisamente. La porta non l’aveva aperta, le era bastato solo toccare la maniglia per sentire immediata la scossa elettrica, il “LIBERA”del defibrillatore che riportò in vita i vecchi battiti del suo povero e vecchio cuore malandato. I pensieri liberi anch’essi di riaffiorare da un passato non dimenticato. Una vita, la sua, dietro quella porta di attese silenziose, di sguardi tristi alla finestra aspettando i giorni caldi e soleggiati, mentre tutto attorno era sempre freddo. E poi quella sua unica primavera, provata in uno strano susseguirsi di stagioni che si alternavano, in una danza quasi funerea cedendo il passo ora al ballerino inverno ora al danzatore autunno. E in 20 lunghi anni una sola primavera, arrivata improvvisa, quasi inaspettata. Ci si tuffò con tutta se stessa in quei colori nuovi, in quei profumi, in quei rumori e sapori non sapendo che anche la primavera se è maledettamente bugiarda può ferire. Accolse la primavera, le permise di scendere nel suo profondo e di risvegliare assieme alla natura anche il suo corpo. Quel bacio rubato che poi si trasformò in passione, in esplosione di  energia, la stessa dei mandorli in fiore, gli occhi quegli occhi azzurri come il cielo terso di primavera…i sogni distrutti per sempre.
Le lacrime cominciarono  a rigarle il volto, le accarezzò prendendone sulle dita quel liquido sacro e lo bevve, come se stesse bevendo il calice amaro della consapevolezza che alcune scelte comportano. In fondo nessuno l’aveva mai costretta ad aprire la finestra e far entrare quella primavera nella sua gelida casa. Adesso però non avrebbe certamente scelto di tornare in quel posto…avrebbe dovuto aprire nuove porte, non potevano sempre e solo essere miraggi! Staccò la mano dalla maniglia della porta centrale e si diresse verso la porta alla sua sinistra.
Secondi interminabili che si sommano lungo una linea retta senza fine, decidere senza esitazione si può? Chi riesce a farlo? Un colpo di spugna dove si accumulano pulviscoli, minuscoli ma infiniti…frammenti di vita. Spugna che assorbe facendolo proprio il tuo mondo: gioie e dolori, sorrisi e lacrime, cammini e soste improvvise. “Sosta, fermati ancora un po’, prima di entrare, prima di oltrepassare quella nuova soglia! La soglia di una realtà completamente nuova è lì di fronte a te”. Cosa poteva mai esserci oltre? Ci si può addentrare nell’oltre, cominciando un nuovo viaggio, restando immutati? Portando con sé sempre e solo quel solito bagaglio di convinzioni, schemi mentali, giudizi confezionati su misura, radicati profondamente come le radici di un vecchio albero secolare? Si girò e guardò l’altra porta, quella a destra. Luminosa l’insegna che avvisava: “RESET”. Un lampo improvviso nella sua mente e l’impulso di cambiare porta…la voglia di voler provare una volta per tutte a resettare, cancellarsi per poi rinascere dal nulla e finalmente ricominciare davvero. Rinascere e vedere il sole per la prima volta, la pioggia con occhi nuovi. Imparare nuovamente a respirare in modo autonomo, come dopo il viaggio che conduce fuori dal grembo materno, la creatura piange di un pianto di vita…deve far male,forse, il primo respiro autonomo. Un respiro profondo e il suo vagito, aprì la porta a destra e vi entrò. Davanti a lei una stanza completamente bianca, asettica, incontaminata e al centro una sedia. Non vi erano finestre, solo due porte: quella che aveva aperto per entrare e l’altra lì davanti, l’uscita. Sapeva che prima di poter uscire avrebbe dovuto accomodarsi su quella sedia, che troneggiava nella stanza. Sedersi, aspettare, pazientare ancora un po’ senza sapere cosa in realtà le sarebbe accaduto. Un sospiro per cercare il coraggio, perso solo per qualche frazione di secondo, poi si diresse decisa verso la sedia, la guardò, ne toccò la consistenza e la stabilità. Non appena il suo corpo morbido sfiorò la rigidità del metallo,(era una sedia di ferro), una luce bianca e luminosissima pervase la stanza. Adesso lei era seduta  con la schiena dritta, lo sguardo fiero. La luce per niente timida cominciò a invaderla totalmente, colpendola dapprima sul viso, costringendo ,in questo modo, i suoi occhi a cedere a quella forza con un movimento di difesa: chiudere le palpebre.  I raggi bianchi, ma freddi come le mani forti e sicure di un uomo che ha deciso, senza chiedere permesso, di forzare le cosce tese, serrate di una donna che inizialmente pone resistenza,ma poi a poco a poco comincia a cedere, a lasciarsi andare al dio piacere e spalancando le gambe desidera accogliere pienamente e totalmente il suo dio, così ogni poro della pelle che vestiva il suo corpo si dilatava in una pronta accoglienza dei raggi bianchi. Completamente persa nel mare del piacere, inghiottita da questa strana energia in un dove senza spazio e senza tempo. Solo calore, freddo, dolore, piacere in un viaggio nuovo verso il centro dell’essere, fino a quando l’energia smise di pulsare, fino a quando in questo perdersi di amplessi multipli e magici non si trovò più. Chi sono? Cosa voglio? Dove vado? Era riuscita finalmente a cancellarsi e a rinascere. Aprì gli occhi e si diresse verso l’uscita.
fantasia972 ha postato martedì, 12 agosto 2008 alle agosto 12, 2008 13:23
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In ---> amore, donne, racconti, emozioni, miraggi damore


Non ci posso far nulla. Te l'ho detto un sacco di volte e tu non mi hai mai creduta.

Non lo faccio con l'intenzione di farlo...
 E tu continuavi a ripeterlo come una cantilena: "SEI STORTA!" e poi  sorridevi quando lo dicevi. Ed io abbassavo lo sguardo, come se avessi vergogna di ciò che ero...di ciò che tu vedevi.
Il tuo sorriso poi, mi rassicurava e nonostante il mio sentirmi sempre rovesciata, sapevo che qualsiasi cosa mi sarebbe stata perdonata.
Perchè in fondo non lo faccio a posta e nemmeno mi impegno troppo a farle ...nascono naturalmente.
Ti diplomasti l'anno successivo al mio e non perchè eri più piccolo di me di un anno.La mia scuola, il Magistrale, prevedeva soli 4 anni a differenza degli altri Istituti superiori.
Quanto tempo è passato da quella estate, la tua estate!L'estate della maturità. Maturità per cosa? I tempi erano maturi per camminare sulle strade della vita, ma noi ancora non lo sapevamo e,  di lì  a breve, ti avrebbe portato così lontano da me.Un'estate di tensione sui tuoi libri mentre io già mi godevo il sole e il mare...
 Poi gli esami li facesti  e ricordo la delusione e non solo tua.
Un esame schifoso...diciamolo! Prendesti poco più di me...che non sono mai stata un genio a scuola a differenza tua e ricordo la tua amarezza per aver subito quella grande ingiustizia. Tristemente sconfitto, peggio di te, ne uscì quel tuo compagno di banco.
 Certo, non deve essere il massimo: bocciato dopo aver sostenuto l'esame di maturità. La vedi lì, manca poco,  la fine di un percorso, la tua nuova vita vestita con gli abiti di un adulto, la stai quasi per toccare e velocemente la senti scivolare via...perduta, allontanata ancora di un altro lungo anno. Il tuo amico era davvero alle pezze quell'estate. La prese proprio male quella bocciatura. E tu, sempre così presente, solidale organizzasti, per lui,quella gita al mare. Volevi che si distraesse, volevi vederlo nuovamente sorridere.
E la sera prima, me le ricordo ancora tutte le tue raccomandazioni.
-Bà mi raccomando non dobbiamo parlare di scuola...niente esami...niente studio...niente di niente...ah, nemmeno Roma...Non dobbiamo nominarla!! Nemmeno Roma...ricordalo...mi raccomando, Bà!
Roma la capitale, Roma una delle mie città preferite...Roma caput mundi!!!
Gli esami di maturità voi li avevate sostenuti proprio a Roma...visto che lì c'era la sede centrale della scuola privata che avevate frequentato.
-Bà, io vado a prenderlo con la macchina a casa sua, tu comincia ad andare in spiaggia così occupi i posti migliori.
Bà, mi raccomando!
Quelle 3 parole me le ripetesti non so quante migliaia di volte:"Bà, mi raccomando!"
E ' più forte di me! Tutte quelle raccomandazioni io non le sopporto. Il mio cervello va in tilt, si sente pressato...
La mattina mi svegliai che ero già in ritardo! Mi rendevo conto che  il primo "danno" lo stavo per combinare, non sarei arrivata in tempo per occupare i posti migliori e mi sarei sentita per tutta la giornata la solita cantilena...
- SEI STORTA!
Così alla velocità della luce, battendo ogni triste prospettiva, recuperai il ritardo;lavata e vestita e di corsa verso il mare.
I teli stesi, il posto più bello era il nostro! Ero riuscita a issare la bandiera, occupando quel territorio prezioso colorato di giallo oro e blu zaffiro .
Poi tutta soddisfatta e fiera di me stessa, alzai lo sguardo e riconobbi l'auto. Vi vidi scendere e voi mi sorrideste mentre io felice come una pasqua, per l'impresa portata a termine, mi sbracciavo come un'ossessa!
Il vostro passo diventava sempre più veloce e incalzante e man mano che vi avvicinavate vedevo i vostri volti farsi sempre più cupi!
Ed io di riflesso cambiavo espressione e il mio volto perdeva il sorriso, mentre mi domandavo:" che cavolo sta accadendo?".
Ormai correvate verso di me, eravate proprio arrabbiati, adesso ne avevo la certezza...
Non capii molto. Sentii le vostre mani sul mio corpo che lo mangiavano con rabbia e  che martoriavano la maglietta che non avevo ancora tolto.Braccata dalla vostra forza animale,persi l'equilibrio cadendo sulla sabbia bollente e finalmente riuscisti a strapparmela di dosso. Ancora stesa e con te sopra, con quanta più voce avevi in corpo mi urlasti:
-Bà SEI STORTA!
 Poi mi girai e la vidi galleggiare nel mare...
Bellissima, la mia t-shirt bianca con la sua scritta  rosso brillante :

 ROMA SEI BELLA!


Un altro aspetto caratteristico dell'essere ROVESCIATA è legato ai tempi...i miei tempi non sono conformi a quelli imposti da questo mondo e continuo tutt'ora a fluttuare nell'acqua della fantasia perdendomi nei colori del mio "mare".... credo che lo facevo anche nel pancino della mia mamma. Per forza dev'essere così!!! Perchè cos'altro c'era da fare tutto il giorno?

Così mi rivedo con le mie gambine incrociate e pensare, fantasticare, immaginare...
e mentre sono nel mio personalissimo mondo, accade che mi sfuggano i particolari di tutto ciò che mi circonda! Accade che all'improvviso le voci mi riportino di forza, prendendomi per i piedi, ( e qui sta lo sbaglio visto che....ormai lo sapete!) in quella realtà che ho abbandonato in chissà quale momento. E credetemi non è facile ristabilire quella immediata contiguità...insomma si perdono i pezzi: parti di discorso, espressioni, e quant'altro serve a creare quel contatto che tanto amava il mio eroe Jeeg Robot quando univa i suoi pugni d'acciaio.
Questo non è un bene! Lo so, e cerco di migliorare...
Intanto nel passato questa cosa mi ha causato non pochi imbarazzi come quando...

" Ore 19.00 l'orario era sempre quello, dopo aver finito di studiare, ci si ritrovava nei saloni parrocchiali. Chiacchiere, bigliardino, ping pong hanno riempito per anni le nostre serate...tra confidenze e prime cotte. E poi la capacità, la nostra di pischelli diciasettenni, di metterci attorno a un tavolo e organizzare iniziative per gli altri. E così nascevano le cacce al tesoro tenute per le strade del paese, i tornei di pallavolo e di calcetto, gli spettacoli teatrali.
Divertirsi avendo la certezza di impegnare in modo costruttivo quel tempo, senza sprecarlo, facendo qualcosa per se stessi e per gli altri.
Ma davvero ti divertivi lì in parrocchia?
Certo, che si!
Ma come è possibile? Niente discoteca, niente sballo...
E qui ti sbagli!!!
Io sono sballata di mio! Questo lo considero un dono, che quando mi prende la coglionella, diventa la "droga" migliore che possa esserci in giro...contagiosa come l'influenza, e gli occhi lacrimano per le risate.
Mi guardo indietro e ancora sorrido!
Vedo quei saloni pieni di vita, di ragazzi che corrono e i preparativi per la caccia al tesoro...
Gli indovinelli? Tutti preparati! I premi per le squadre vincitrici? Comprati!!!
Nel salone grande, gli altri a sistemare gli oggetti che serviranno l'indomani per il grande gioco che si terrà tra le strade del paese...sulla scala del corridoio Rocco seduto a rileggere gli indovinelli e nel salone vicino Io e Willy a rivedere la lista degli iscritti al gioco.
 All'improvviso Willy s'interrompe, mi guarda seriamente e mi dice:- Bà... chiamami Rocco!-
Io lo guardo perplessa. Senza dir nulla. Lui più sorpreso di me ripete scandendo bene le parole: Bà.. chiamami Rocco!-
 Ecco che comincio a naufragare, allontanandomi sempre più dalla riva, nel mare sconfinito dei miei pensieri che silenziosi prendono a dialogare con  me.
Dio mio, il mio amico Willy si è stressato...tra la scuola e gli impegni qui in parrocchia. Mi si stringe il cuore a vederlo così. E continuo nel mio silenzio.
Lui sempre più nervoso incalza:- Bà, ti ho detto chiamami Rocco!!!
Mi dispiace davvero vederlo così, non so bene cosa fare...vorrei chiedergli tante cose in quel momento, primo fra tutti: Ma perchè? Cosa vuoi?...forse hai bisogno di vacanza...di riposo. Un brutto voto a scuola non può averti ridotto in questo modo...certo tu sei bravo! Ma bravo davvero, mica come me che ogni mattina mi sveglio con l'ansia perchè almeno in una materia sono impreparata...Vorrei dirgli dai non fare così, quel 6  lo trasformi in 9 con uno schiocco di dita...ma ti prego non guardarmi con quegli occhi...mi fai paura!!!
Poi penso che forse potrei renderlo semplicemente felice, assecondandolo e che non sempre le cose possiamo capirle, vanno fatte e basta e così mi arrendo al suo volere.
Lo guardo intensamente negli occhi e gli dico...
-Rocco!.
Un boato di risate...Rocco dal corridoio,  arriva piegato in due e Willy non può trattenersi e si sdraia sul grande tavolo del salone mentre continua a ridere come un pazzo.
Ed io, rovesciata come al solito, finalmente capisco che non è il mio amico ad avere bisogno di "uno bravo" ma io!!!
Al solito, gli" spaghetti" nella mia testa, han deciso a mia insaputa di organizzare una bella festa!
Gli invitati ci son tutti,
soprattutto quelli brutti:
Donna Paranoia e il suo compagno Pessimismo,
Il signor Brontolone,
le amiche inseparabili Apatia e Passività,
che chiaramente stan sedute sul sofà...
Io decido di scappare perchè voglio ricominciare!
E
così che mi viene incontro
l'amico caro e giocondo
e mi aiuta a organizzare
una controfesta "regolare".
Gli invitati a me cari
sono tutti un pò solari...
Amano davvero regalare
vita piena
e
speciale...
Gli spaghetti del mio cervello sono stanchi e confusi,
la loro festa è stata un fiasco,
ma la mia un successone
e così mi hanno detto:
"va bene Barbara abbiamo perso!
Cambiamo casa,
il tuo cervello è troppo
allegro!
E per noi poveri spaghetti non c'è posto nemmeno sotto i letti!


INGEGNOLINO INVENTATORE


fantasia972 ha postato domenica, 03 agosto 2008 alle agosto 03, 2008 10:00
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