
(SECONDA PARTE)
Raccontamela ancora la storia di Carluccio.
Quando alla fine si è arreso e ha deciso di lasciare tutto e partire, lontano. Nei suoi occhi la speranza di cominciare una nuova vita. Il patto fatto con tutti voi. L’imbarco e il lungo viaggio verso l’America. E la sua valigia di cartone; a sostenerlo, accompagnandolo in quella grande avventura, il quarto dei figli. Solo il quarto è andato via con lui, nell’attesa che tutti gli altri li raggiungessero non appena sistemati. La nave si allontana, ma quella distanza che via via si fa più grande viene colmata dal patto, le lacrime allora vengono cacciate con forza: il sacrificio di un anno di lontananza e poi tutta la famiglia sarebbe stata nuovamente insieme, anche se in una terra diversa e nuova.
Raccontamela ancora la storia di Carluccio.
Quando poi il patto lo ruppe lui stesso, mandandovi quella lettera. Usò toni accesi e forti il nonno, intimando il contrordine: nessun’altro avrebbe messo piede in America.
“Qui è tutto diverso, qui i miei figli non ce li voglio. Meglio pane e cipolla, ma a casa nostra.”
Così aveva scritto nella lettera e con quelle parole aveva stracciato la vostra alleanza. Carluccio però pane e cipolla nella sua terra non l’ha mangiato. Lui è rimasto in America per 10 anni. Lavorando come pulitore di scarpe nel club dei ricchi che giocavano a golf. Era già troppo “vecchio”e ignorante per aspirare a un lavoro migliore. Solo la prima elementare aveva frequentato ed io adesso mi domando come abbia fatto a imparare una nuova lingua. Forse la risposta è nell’amore per la sua famiglia e i suoi figli.
In quei dieci anni, chissà quanto ha pianto. Chissà quanto ha desiderato tornare. E i soldi che mandava venivano accumulati: mattone su mattone. Così hanno potuto costruire la casa. La casa dove io adesso vivo.
Una casa grande a differenza delle altre in cui la grande famiglia aveva vissuto. Con giardino e terrazza, al centro del paese. E le finestre danno sul mare e quando mi affaccio e chiudo gli occhi mi porta l’antico profumo del nonno-eroe che non ho mai conosciuto.
Raccontamela ancora la storia di Carluccio e della sua testardaggine, del suo coraggio e del suo amore smisurato per i bambini. Di quando ognuno dei suoi piccoli animali, così chiamava in tono affettuoso i suoi figli, portava in casa un amico e il numero dei commensali aumentava in modo smisurato. E lui per niente adirato si rivolgeva a Maria, sua moglie,dicendo: - Uagliè ammin d’chiù a past che stonn i uagnun!-.
E si riusciva a condividere dopo aver moltiplicato il poco, facendo rivivere l’antico miracolo della moltiplicazione dei due pani e dei due pesci.
E la sera attorno al focolare a leggere i fumetti, passandoseli e procedendo con il rispettoso ordine che teneva in considerazione la gerarchia segnata dall’età. Prima il nonno che lo passava al primo figlio, che a sua volta passava il giornalino al secondogenito e così via fino all’ultimo in grado di leggere; e Maria, mentre spicciava ancora le ultime cose di casa, li guardava e pensava di essere la donna più ricca e felice del mondo.
Immersione…
e la grande bolla di cristallo mi accoglie ancora nella grande casa, assieme a tutti gli altri.
E lo so, sono una donna adulta ormai, ma continuo a chiedervi come facevo da bambina di raccontarmela ancora la storia di Carluccio…
Poi i dieci anni in America trascorsero non senza inciampi, ma la casa era lì davanti ai suoi occhi quando tornò dall’America; invecchiato, con il sigaro tra le labbra e i capelli bianchi. Il quarto dei suoi figli invece non era con lui. In America si era sposato e messo su famiglia. Io il nonno Carluccio non l’ho conosciuto, ma i miei cugini più grandi se chiudono gli occhi possono vedere piccoli flashback di un passato che torna ad essere presente. Il nonno tornato dall’America, quello strano paese lontano e grande. E ai bambini, che vedono per natura le cose del mondo come da una lente di ingrandimento, l’America appariva ancora più enorme. Il nonno li guardava e sorrideva pensando agli altri due piccoli nipoti che aveva lasciato oltreoceano e poi in una lingua poco comprensibile, chiedeva ai suoi nuovi nipotini italiani poche coccole.
“Come here… squacciam back” e la manina scivolava sulla grande schiena a donare quelle grattatine che il nonno chiedeva.
Era felice Carluccio, il povero pescatore. I figli erano tutti sistemati e grandi, la casa profumava di rose che la nonna aveva curato e che lui adesso poteva godere dei colori e degli odori.
E la notte nel grande lettone Carluccio aveva confessato a Maria che in quei 10 anni in cui erano stati lontani e separati non l’aveva mai tradita con nessun’altra donna. Li immagino, i miei nonni, finalmente, nuovamente, uniti nell’amore non più solo spirituale ma che si concretizza in un amplesso di piacere in cui i corpi possono finalmente trovare la pace. La stessa identica pace dell’anima. Il sogno americano aveva fatto sì che un umile pescatore riscattasse la sua vita e quella della sua numerosa famiglia. Una casa che potesse finalmente proteggerli dalle intemperie. Non era più necessario per lui, andare a dormire nella barca per far posto ai figli. Non avrebbe più avuto come tetto il cielo stellato.
Si alzò da tavola, dopo aver pranzato, un giro in giardino ed ammirare le sue rose, accarezzandole una per una. Il sole brillava alto in quella tiepida giornata di maggio. Poi il riposino pomeridiano.
Non si è più svegliato Carluccio. Morì d’infarto nel suo letto, nella sua nuova casa. Un mese, un mese soltanto ha vissuto dopo il suo ritorno dall’America.
Mi appoggio al muro, ne sento l’odore e la consistenza. Avvicino l’orecchio alle pareti, ne scrosto l’intonaco con le unghie e noto con stupore che il colore delle pietre è rosso…
Le bacio e odo un’eco lontana:il rumore del mare, che con i suoi movimenti ondulatori, culla la barca del nonno Carluccio e lui riposa sereno.


















