Il mio libro
STRANIERA A SE STESSA
Commenti
Categorie
I MIEI LIBRI
Foto recenti
| Vedi altri media |
Link amici
Archivio
Contatore visite
AMO
Credits

permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (61) :::: categoria : pensieri, la mia vita, paura, messaggi in codice, un pò di me, cuore pesante

La mia testa è un utero accogliente. Le sue pareti rivestite di mucosa rossa hanno accolto dell'inchiostro blu. Quanto tempo mi ci vuole per far nascere questa creatura che è sospesa nell'utero della mia testa?
Mamma mettimi al mondo!, dice una vocina.
Una voce che parla nel ventre di sua madre, si mette al mondo da sola!, le rispondo sorridendo.
Dalla canna trasparente che tengo stretta tra le due dita,tunnel vitale che unisce il mio mondo di dentro con quello di fuori, nasce a poco a poco la piccola creatura ancora informe. Il lenzuolo bianco si sporca di rosso, ma non riesco ancora a leggere ciò che scrivo sul foglio che giace sotto il mio corpo.
-Sono ancora piccola, ma voglio crescere e diventare grande!, mi dice l'informe, uscita attravarso il tubo.
Oh, figlia mia crescerai, di questo ne sono certa, diverrai una parola compiuta e non andrai in giro da sola a far danni.
Le piccole parole che vanno in giro da sole fanno danni, mammina?, mi chiede guardandomi negli occhi.
Le parole vivono bene solo nel loro giardino. E' un giardino neutro, senza piante, senza colori e profumi, viene arricchito dalle parole che lo abitano. Cresce con loro, rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. A volte, mamme scosiderate, lasciano uscire le loro figlie attraverso una vagina differente. La vagina differente non è legata all'utero accogliente, è solo un buco attraverso cui le piccole parole vengono cacciate malamente. Quelle creature, poverine, non sono colorate di blu, o di rosso, o di nero, quelle figlie vomitate hanno un suono e vagano nello spazio fino a quando non riescono a penetrare e perforare il timpano.
Ci sono parole che fanno danni e fanno male, perché non sanno dove andare. Sono nate per far soffrire e ferire, perchè dette solo per stupire o per contraddire. Non hanno mai abitato nel giardino e non sono cresciute e non si sono legate alle altre figlie. Sono parole disadattate, vomitate, lanciate, sospese, non volute, non amate;sono parole fantasma senza corpo e senza anima.
-Ti ho fatto molto male, venendo al mondo mammina?, mi chiede la piccola parola.
La guardo, le sorrido, poi le sfioro dolcemente il suo piccolo corpo rugoso e, prima di adagiarla nella sua culla bianca,le sussurro: “Ti amo!”.
permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (28) :::: categoria : pensieri, amore, racconti, deliri, chi mi capisce è bravo
permalink ::::: Grazie per i vostri :::: categoria : blog, amici, la mia vita, un pò di me

«Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»
(The Butterfly Effect, 2004)
Ho sempre creduto che la mia esistenza fosse correlata da eventi mai straordinari. L'ordinarietà, poteva essere considerata la costante della mia vita, abituata com'ero alla metodicità dello scorrere del tempo. Sveglia, colazione, lavoro, casa. Autunno, inverno, primavera, estate. Estate ed io dovevo essere al mare, non avrei mai pensato di poter trascorrere le vacanze altrove. D'estate, il mio orologio vitale, segnava il mare ed io lì dovevo essere. La cosa che più mi sorprendeva era constatare come questa ciclicità esistenziale appartenesse non solo a me, e così di anno anno, in quella località turistica della Puglia, ritrovavo le stesse persone. Ogni mattina, in spiaggia, erano i soliti argomenti a prendere il sopravvento; ogni mattina, in riva al mare, erano gli identici gesti ripetuti di anno in anno, a muoversi. Mai nulla di diverso. Il vicino di ombrellone che discuteva con la moglie. I bambini che correvano sul bagnasciuga, facendo arrabbiare la signora con la cuffietta azzurra, che sbuffando decideva finalmente di entrare in acqua. Io me ne stavo seduta sul mio telo a guardare il mare, desiderando che dall'altra parte dell'orizzonte una piccola farfalla cominciasse a sbattere velocemente le sue ali delicate, provocando così un uragano da quest'altra parte del mondo. In realtà, questi pensieri catastrofici, erano causati dalle orme che avevo lasciato sulla sabbia e che il mare cancellava aiutandomi in questo modo a non farmi sentire come un peso la solitudine che straziava il mio cuore. Mi alzai ed entrai nel mare. Erano le 10 in punto, ed io alle 10 in punto facevo il bagno. Mentre nuotavo notai, tra l'azzurro e il verde, una nota di colore insolito e incuriosita mi avvicinai. Sul pelo dell'acqua, smarrita e impaurita, vidi una piccolissima farfalla. Non esitai ad allungare la mia mano permettendole di trasferirsi sul mio indice. La guardavo meravigliata, mentre la piccola farfalla muoveva le sue minuscole ali. Pensai che l'acqua del mare gliele avesse bagnate impedendole così di riprendere il volo. Rimasi per circa una decina di minuti con la mano alta verso il cielo ed ogni tanto soffiavo anch'io sulle sue ali assieme alla brezza marina per permettere un effetto phon più veloce. Intanto i bambini mi erano tutt'intorno incuriositi da questa mia insolita posizione.
Ho trovato questa farfalla in acqua e adesso aspetto che le si asciughino le ali, così può riprendere il suo volo -, spiegavo.
Ma secondo me sta morendo-, disse un bimbo ricominciando a sbattere forte i suoi piedi facendo alzare una montagna di schizzi.
Mi fermai nuovamente a guardarla, quell'affermazione mi mise in ansia per la sorte della mia amica. Ebbi la forte sensazione di essere completamente sola. Io e lei. Io e la piccola farfalla e cominciai a piangere, proprio nel momento in cui la farfalla cominciò a muovere le ali con più forza.
Non sta morendo e tu hai fatto bene a tenerla fuori dall'acqua-, una voce alle mie spalle mi distolse dalla lacrime.
Sorrisi al ragazzo che non avevo mai visto prima di allora su quella spiaggia.
Pensi che volerà ancora?- gli domandai.
Ne sono più che sicuro! Dobbiamo solo pazientare un po'-.
Cominciammo così a parlare tra noi e mi disse che era la prima volta che veniva in quel posto. Aveva un appuntamento con una ragazza conosciuta in chat, il cui nick era Butterfly.
Ti ho vista con la farfalla in mano e insomma...-.
Una coincidenza insolita pensai.
- Non è una coincidenza! E' l'uragano delle mie ali, un regalo per te che mi hai salvata!-
In quel momento la piccola farfalla spiccò il volo.
N.B. IL RACCONTO NASCE DAL SALVATAGGIO REALE DELLA PICCOLA FARFALLA ACCADUTO QUESTA MATTINA AL MARE...PECCATO CHE IL SUO BATTITO D'ALI NON ABBIA PROVOCATO NEL MARE DEL MIO CUORE NESSUN URAGANO! 
VABBUONO PAZIENZA!!!!
ANCORA BUONE VACANZE E SCUSATEMI SE SONO MENO PRESENTE SUI VOSTRI BLOG!





permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (19) :::: categoria : pensieri, natura, amore, vita, vacanze, un pò di me
Ero giunta, dopo un periodo di grandi conflitti interiori, a una decisione. Avrei venduto il mio corpo per permettermi di sopravvivere. Quella mattina, mi svegliai con una strana consapevolezza, dopo aver trascorso notti insonni cercando soluzioni alternative a quelli che erano diventati i miei drammi economici. L'attività commerciale che anni prima avevo costruito con fatica non andava più bene, ero stata costretta a chiedere prestiti a persone poco raccomandabili. Non vorrei farla troppo lunga, ma cadere nelle mani degli strozzini che ti tolgono l'aria a volte è come scivolare su una lastra di ghiaccio; all'improvviso ti ritrovi con il culo per terra. Fu così che decisi che mi sarei rialzata comunque,ad ogni costo, pagando quello che dovevo senza timori e soprattutto senza falsi moralismi; non avendo altro che me stessa decisi che mi sarei venduta. Avrei venduto il mio corpo, ci sono certi tipi di affari che non possono fallire. Mi alzai dal letto e uscii di casa, benché fosse una giornata afosa, anziché trascorrere quell'ultimo giorno della mia vecchia vita in spiaggia, decisi di percorrere le vie della città vecchia. Avevo bisogno di ritrovare quel contatto con la parte della città che pulsa nelle vene e sapevo che avrei dovuto calpestare quelle chianche consumate dal tempo per sentirlo davvero scorrere, il sangue. Dopo questo, avrei anche potuto cominciare, rinunciando senza troppe remore a quella verginità spirituale che si possiede sempre nonostante l'età che avanza e le esperienze che non riescono a perforare l'imene dell'anima, a meno che non si sceglie di barattare la propria verginità con il fango. Io ormai non avevo null'altro da perdere, io dovevo pagare i miei debiti per non finire cadavere in un campo abbandonato tra arbusti secchi. Intanto i miei passi muovevano su mattoni per niente secchi, aridi; quei mattoni erano vivi e fertili. Mi ritrovai di fronte alla grande basilica, nel cuore della città vecchia. Per me, fin da piccina, aveva sempre rappresentato un posto magico. Ricordo ancora la prima volta che ci andai, mi ci portò mia nonna. Mi preparò ben bene a quell'evento e mi raccontò che nella grande chiesa erano custodite le ossa del santo più grande, più conosciuto nel mondo: San Nicola. Mi disse che veniva da lontano, lui non era un barese, lo divenne poi. Era un turco, con la pelle scura, uno della stessa famiglia di quelli che avevano combattuto, in altre epoche, contro i nostri padri. Quegli uomini neri, i mori, che facevano paura perché lontani e diversi da noi. Alla fine ci siamo ritrovati a venerare uno di loro. La nonna mi preparò a quel pellegrinaggio raccontandomi dei tanti miracoli di Nicola. Del suo amore per i bambini, ne salvò tre resuscitandoli dopo che un macellaio malvagio li ammazzò per venderne la carne. Della sua attenzione per i poveri e della sua generosità. Era inoltre il protettore dei marinai, ed io che vivevo in un piccolo borgo di pescatori, sapevo bene quanto quel Santo fosse amato da quegli uomini con la pelle secca a causa del sole e del sale. Uomini burberi, un po' ignoranti, che difficilmente entravano in chiesa alla domenica per consumare la santa cena, ma che non esitavano a prostrarsi con il volto per terra e a segnarsi con la croce quando raccontavano,perché testimoni oculari, i “miracoli” che quell'uomo nero compiva per loro. Lo ricordo come fosse oggi:il pescatore con le pianelle ai piedi, ancora inzuppato d'acqua salata, con il volto tirato che entrò in chiesa poco prima della santa messa. Durante la notte erano usciti per pescare e si erano trovati in una improvvisa tempesta, di quelle che ti sorprendono nel cuore dell'estate, la barca ,in balia delle alti onde, girava su se stessa, le urla dei pescatori che non riuscivano a far rientro nel porto e poi l'invocazione :- Sanda Nicol aiut'c !
Giurarono di aver visto l'icona del santo nel mare, tra la schiuma impazzita di quell'amante strano che a volte diventa irabondo, sentirono la barca sollevarsi e si ritrovarono all'ingresso del molo riuscendo ad attraccare.
L'uomo con le pianelle ai piedi entrò dalla navata centrale con in mano un enorme mazzo di fiori, percorse la navata incurante dei fedeli che attendevano il cominciare della messa, si inginocchiò di fronte alla statua di Nicola e scoppiò a piangere come un bambino impaurito. Io piccina capivo poco di quello che accadeva, ma sentivo la loro fede umile e autentica di chi sa arrendersi con la naturalezza di un lattante alle cure amorevoli di una mamma. Forse quegli uomini non capivano nulla di sacre scritture, ma riuscivano a connettersi con il “mistero” attraverso una chiave del tutto sconosciuta ai dottori, ai sapienti, agli intelligenti. Quegli uomini sapevano vivere con una naturalezza sconcertante la loro piccolezza, affidandosi completamente al mare, a volte generoso, altre avaro; affidandosi a un Dio di cui sapevano riconoscerne la presenza, durante le lunghe notti in barca, nelle stelle.
Scesi nella cripta della basilica, come una turista concentrata soprattutto ad ammirare la struttura architettonica, senza più pensare a quello che la nonna mi aveva sempre raccontato. Sedetti sul banco di fronte al posto più sacro, la tomba di Nicola. Guardavo le lampade accese e mi sembrava che lì dentro il tempo si muovesse in una maniera insolita.
Mi sentii prendere per mano, mi alzai e mi avvicinai alla tomba.
-Qui dentro ci sono le ossa di San Nicola. Sai, bambina mia, trasudano manna.
Cos'è la manna, nonna?
E' un liquido miracoloso, è sempre stato così, anche quando era a Myra nella vecchia tomba, prima che i marinai nel 1087, lo portassero qui a Bari. Nessuno sa spiegare questo fenomeno, è un miracolo, bambina mia. Devi solo credere senza fare domande.
La mia vita dal giorno dopo avrebbe preso una strada differente. La fede l'avevo persa lungo il cammino o me l'avevano rubata, questo non saprei dirlo. Sorrisi ripensando ai racconti della nonna, ero cresciuta e non avevo spazio nel mio cuore per credere ai miracoli. Prima di andar via mi avvicinai alla colonna miracolosa: bellissima nel suo colore rosso, immediatamente a destra non appena si scende nella cripta. Non so perché lo feci. D'istinto misi le braccia tra le grate per toccarla con le mani. La leggenda narra che durante un viaggio di Nicola a Roma, il santo vide questa bellissima colonna dinanzi alla casa in demolizione di una donna di facili costumi; la colonna gli piacque così tanto che la spinse nel Tevere. Come per miracolo, una volta tornato a Myra, la vide nelle acque del porto così la prese per collocarla nella cattedrale. Molti anni dopo, quando le reliquie del Santo giunsero a Bari, si vide la colonna galleggiare nelle acque baresi , ma nessuno riusciva a prenderla. Nella magica notte fra il 30 settembre e il 1 ottobre del 1089, la sera prima della reposizione delle reliquie del santo, mancando una colonna per completare l'opera dell'abate Elia, intervenne San Nicola stesso. I baresi udirono il suono delle campane e accorsero nella basilica e videro un santo vescovo circondato da angeli che abbatteva il pilastro eretto dall'abate Elia e vi collocava la santa colonna.
Chiusi gli occhi, sentendo sotto le mie mani il velluto del marmo freddo. Pensai, ancora una volta, al racconto della nonna in quel lontano giorno che mi portò in pellegrinaggio alla basilica. Le “vacandine”, le moderne singles, che girando attorno alla colonna chiedevano a Nicola un buon marito, che sapesse amarle per tutta la vita.
Nonna perché quelle ragazze girano attorno alla colonna?
San Nicola è il protettore della “vacandine”. Quando era in vita, salvò tre ragazze dalla prostituzione; infatti il padre delle fanciulle non potendo pagare una buona dote per le tre figlie decise che le avrebbe fatte prostituire. San Nicola, durante le notte perché nessuno potesse vederlo, gettò dalla finestra tre sacchetti di monete d'oro per le tre fanciulle. Questo evitò loro quella fine orrenda. Devi aver fede, bambina mia!
Cominciai a piangere, ricordando questa storia. Ciononostante non gli chiesi nulla, non lo pregai di aiutarmi decisa com'ero ad andare fino in fondo, pensando con una convinzione assoluta che i miracoli non esistono.
Uscii dalla basilica per far ritorno a casa. Girai l'angolo e sul marciapiede davanti il quale c'era un negozietto di souvenir, vidi un portafoglio. Mi piegai a raccoglierlo, lo aprii, non era vuoto. Alzai lo sguardo e vidi sullo scaffale della vetrinetta una piccola statua di San Nicola che mi faceva l'occhiolino.
permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (37) :::: categoria : racconti

La casa di Miriam era molto bella, accogliente, arredata in tipico stile orientale; cuscini e tappeti dai colori caldi, profumo d'incenso e candele ovunque a rendere l'atmosfera quasi magica. Le due amiche sedettero una di fronte all'altra. La donna aveva preparato una pietanza tipicamente araba, un piatto unico: cuscus con verdure e piccole pezzi di carne d'agnello, il tutto reso particolarmente profumato e colorato perché arricchito con tante spezie.
Gaia non hai molta fame?-, le domandò la donna, notando una sua certa resistenza nel mangiare. Gaia rimase per un istante in imbarazzo, cercando una scusa convincente per nascondere il suo modo strano di rapportarsi al cibo.
A dire il vero...-
Ma fu subito interrotta dall'amica.
Non devi preoccuparti, se non ti piace il sapore della mia cucina non è mica un guaio! Capisco bene che i vostri sapori, i tuoi sapori, sono molto diversi dai miei … e se non ti piace non devi sforzarti di mangiare.
Non aveva però capito che il realtà il problema non era legato ai sapori differenti, ma al cibo in sé. La ragazza comunque continuò a mangiare molto lentamente ciò che le era stato servito nel piatto.
Da quanto tempo balli la danza del ventre?- le chiese.
Sei bravissima.
La donna sorrise.
La danza del ventre io la ballo da sempre ...-rispose- Da quando sono nata è parte di me, è parte del mio essere femmina … Come posso spiegarti? E' come se fosse scritta nella mia carta d'identità: genere femminile!-
Gaia spalancò gli occhi. Non riusciva a capire cosa volesse dire la sua amica.
E' parte di te dici? Come se fosse nata con te e con il tuo essere femmina... fin dalla nascita? Puoi spiegarti meglio? Non ho capito ...-
Allora la danza del ventre è qualcosa che ho sempre visto fare, fin da piccola. Fammi pensare... come posso spiegartelo? Qui da voi è normale e scontato che una donna debba saper cucinare, badare alla famiglia, svolgere i lavori domestici … Pensa soltanto ai giochi che da piccole vi regalano... Piccole mamme, piccole casalinghe che imparano a stirare, a cambiare i pannolini, a occuparsi del figli attraverso il gioco. Io la danza del ventre l'ho imparata così, vedendo danzare le donne della mia famiglia.-
Sì, ma quello che non capisco è perché la danza del ventre porterebbe a un percorso di autoconoscenza … E che significa che il corso è rivolto a quelle donne che hanno messo a tacere la voce della dea?
La donna le sorrise e le disse: - Abbiamo bisogno di continuare questo discorso dopo aver bevuto una buona tazza di tè ...-
Così si alzò, andò in cucina per preparare il tè, mentre Gaia continuava a pensare al significato di quelle parole, alla dea. Ma di quale dea si stava parlando? Si girò e vide, attaccata alla parete una frase, e si avvicinò per leggerla.
“Sono tutto ciò che è, che è stato, e che mai sarà. Mai nessun mortale ha sollevato il mio velo”.
Eccomi, il tè è pronto!- disse Miriam, tornando con le due tazze fumanti.
Senti, ma quella frase appesa lì sul muro che significa?- domandò Gaia.
Quella frase è la stessa iscritta nel tempio di Sais...- Gaia la guardò, prese la tazza che la donna le porgeva e cominciò a sorseggiare il suo tè.
Sais era una vecchia città dell'Egitto, che corrisponde all'attuale villaggio di Sa El Haggar. Erodoto nei suoi scritti, ha descritto i meravigliosi monumenti presenti in questa splendida città. Dalle ricerche compiute da storici e archeologi ormai si sa con certezza che in questo luogo sorgeva uno dei templi più importanti dedicati alla dea. Questa città era il santuario della dea Neith, custode della corona rossa del Basso Egitto.
Nei millenni passati – riprese la donna, - le sacerdotesse e le donne celebravano il mistero della vita, della forza e della bellezza. Queste donne vedevano in loro stesse l'immagine della grande madre, della dea, la creatrice. La tradizione della dea era un'affermazione di vita, che si centrava sulla fecondità: la nascita, la morte e la rinascita, il ciclo vitale appunto. La “Danza della Dea” era chiamata così perché sosteneva il processo di risveglio della saggezza di ogni donna.-
Gaia era affascinata da quel discorso: una dea che riviveva in ogni donna, attraverso una danza che celebrava tutte le fasi del ciclo vitale.
La danza di oggi, conosciuta come danza del ventre, rappresenta una strada per riattivare l'energia femminile donando un'integrazione armonica tra il piano fisico e quello spirituale che porta senza dubbio a una guarigione. Qui in occidente ho notato che le donne, seppur così emancipate grazie alla conquista di tanti diritti che nei paesi orientali o del sud del mondo sono ancora utopia, sono ugualmente schiave. Schiave di un sistema, di una società ancora fortemente maschilista che vuole fare della donna un piccolo “uomo” mal riuscito. Spesso ho incontrato donne che non sono più tali, ma sembrano maschi travestiti … hanno rinunciato alla loro essenza!-
Gaia cominciò a riflettere: la grande madre, la dea … Ricordò anche ciò che aveva studiato, e le tornò in mente l'esame di antropologia culturale sostenuto da poco. Il culto della dea era sempre stato presente in ogni uomo di ogni cultura e di ogni latitudine del mondo fin dalla notte dei tempi. La “Potnia”microasiatica, “Rhea Kibele”frigia, “Demeter” greca, “Venus genetrix” romana, la grande madre, la terra, la dea, al natura procreatrice solitaria di ogni essere vivente. Dea che è madre, perché trae le forme dalla sua stessa sostanza, infondendo nelle sue creature la vita, l'Humus, da cui deriva la parola “uomo” per ricordargli che è vivente fino a quando rimane legato alla terra, dea e madre.
- Capisci bene adesso,- proseguì Miriam- come attraverso la comprensione del significato sacro di questa danza, la donna riesce a connettersi con la dea interiore. In questo modo la danza sacra diventa preghiera e celebrazione della propria vita … Si insegna attraverso la “sacra danza” ad essere la propria femminilità. Il corpo e l'anima coincidono perfettamente, e questa è la meta!-
Gaia pensava alla sua separazione interiore, a come la sua malattia la facesse vivere in modo dissociato, al fatto che non accettasse, non amasse la sua essenza, la sua identità di genere, il suo essere femmina. Aveva perso il contatto con la Dea che vive in ogni donna, ma non aveva perso il contatto con la vita. La vita, infatti, non è solo passione d'amore fra la Terra, la Madre e le forme organiche da lei nate. La vita è anche conflitto, distruzione, viaggio. E' un muoversi, un modificarsi continuamente, un mescolarsi, è morire! Da qui l'immagine della dea come forza distruttrice, come volto infernale e terribile della dissolutrice: Chaos, la chiamava Esiodo, avvolta nel mantello oscuro della notte, della confusione. Forse Gaia aveva solo nascosto una facciata della medaglia, forse non aveva completamente perso il contatto con l'origine, la fonte della vita stessa. In questo momento della sua esistenza conosceva, viveva il volto oscuro della madre, della dea, della vita. L'incontro con Miriam fu davvero molto importante: come una finestra che va ad aprirsi in un luogo completamente buio, rappresentò un piccolo spiraglio di luce che cominciava ad entrare, e questo lieve chiarore le permise di resistere.
TRATTO DA STRANIERA A SE STESSA, ALTROMONDO EDITORE
permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (37) :::: categoria : donne, gaia, bulimia, anoressia, il mio libro, straniera a se stessa

Ogni mattina mi alzo prestissimo per avere il tempo di sistemarmi per benino. Mi piace uscire di casa in ordine e perfetta. La gente, per strada o in ufficio, ti guarda, ti scruta ed io non voglio sembrare sciatta. Non sono mica una barbona. Non sono una trasandata. Mi piace apparire perfettamente in ordine. Pulita e vestita bene, con i capelli che stanno tutti al loro posto. Piega perfetta. Ho persino comprato una piastra per domarli, per eliminare quelle collinette che si formano sulla testa dovute alla struttura naturale dei miei capelli. E' un sacrificio, ma a me piace mostrarmi perfettamente in ordine. Che importa se poi il mio cuore è incasinato? Chi può vederlo? Lui se ne sta chiuso lì dentro, al buio, nascosto nella cassa toracica. Non lo vede nessuno e non rischio di fare nessun tipo di brutta figura se non lo curo abbastanza. Chi vuoi che entri nel mio profondo? Chi vuoi che possa accorgersi dei vestiti laceri che il mio cuore indossa? A volte sono anche sporchi, talmente unti che servirebbe uno sgrassatore veramente potente per farli tornare puliti. Ma siccome alla mattina mi occupo principalmente dei miei capelli, non mi resta molto tempo per poter lavare e stirare gli abiti del mio cuore. Mi rincuoro pensando che tanto nessuno lo vede. E di conseguenza,la cosa non mi importa poi molto. Ogni mattina, però, lavo i capelli; uso uno shampoo neutro, le bollicine morbide entrano perfino dentro la testa, attraversano i capelli e il cuoio capelluto e lavano anche il cervello. Ogni tanto penso che tutta quell'acqua nel cervello posso fargli male o per lo meno renderlo troppo leggero, svuotarlo quasi. Ma che importa se dovesse accadere realmente? Ciò che conta è avere i capelli in ordine. Dopo lo shampoo, li sciacquo bene bene, per eliminare la schiuma, e infine do il balsamo che serve ad ammorbidire la chioma, che aiuta a districarli dai nodi che si formano. Quanto li odio quei nodi! Il pettine viene sistematicamente bloccato e il suo cammino verso la fine della lunghezza dei capelli viene bruscamente interrotto da quelli. Fortunatamente il balsamo rende il tutto più semplice. Infine ci spruzzo qualche goccia di cristalli liquidi, che danno luce. Poi li asciugo con la spazzola e l'asciugacapelli per renderli lisci e infine una passata con la piastra. Capirete bene come il tempo per occuparmi del cuore non lo ho. Anche se mi rendo conto, quando capita di guardare dentro, che la sua è una condizione pietosa. Che dovrei portarlo da un'estetista, da un parrucchiere, che dovrei comprare per lui abiti nuovi, insomma far qualcosa! L'altro giorno, ad esempio, mi sono accorta che indossava un vestito vecchio di qualche anno, e ci stava stretto stretto, ma così stretto che le cuciture gli avevano provocato dei veri e proprio solchi. Immagino il disagio e il fastidio che provava a star dentro quei vestiti e mi ero ripromessa di mettergli almeno una tuta bella larga, invece... maledetto tempo tiranno!!! Sono uscita di casa perfettamente in ordine, ma lui era ancora con quei vecchi vestiti, sporco e , sì, puzzava anche. La puzza però non si sentiva, perché gli altri non possono sentirla. Solo io l'avverto. Dovrei avere più cura del mio cuore, di questo me ne rendo conto, ma nessuno lo vede e nessuno mi giudica per questo mio cuore disordinato. In fondo un cuore disordinato non provoca poi così tanti danni. La gente ti ama per come appari ai loro occhi, ed io la mattina esco di casa sempre perfettamente in ordine.
permalink ::::: Grazie per i vostri commenti (53) :::: categoria : pensieri, racconti