L' IDIOT@
"All'improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all'oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente...La sua mente e il suo cuore s'inondavano di luce straordinaria....Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui incominciava l'attacco". da L'Idiota di Dostoevskij


Il mio libro
STRANIERA A SE STESSA



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TITOLO: STRANIERA A SE STESSA
AUTORE: BARBARA ARDITO
CODICE ISBN:978-88-6281-023-4
EDITORE:Altromondo Editore
COSTO: &euro 12,00
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lunedì, 23 novembre 2009




  • Mia cara, anche per oggi abbiamo finito!-

Marmiton posò sul ripiano da lavoro, dopo aver asciugato per bene, la sua vecchia compagna d' avventure: una “cucchiaia” di legno.

  • Finalmente possiamo riposare -, rispose l' amica.

Poi spense le luci e tornò a casa. Marmiton era basso e tarchiato. I suoi baffi rossicci, nascondevano la bocca capace di distinguere ogni sapore e coglierne l'essenza. Trascorreva le sue giornate nella grande cucina. Non era uno chef, nessuno nel corso degli anni, gli aveva mai conferito alcun titolo onorario in merito all'arte culinaria. Solo “Marmiton”, un cuoco fai da te; un casalingo speciale che si divertiva a mescolare con maestria i diversi ingredienti, creando ricette uniche.

Il buio della notte arredava di colori silenziosi quell'ambiente che, contrariamente, di giorno viveva di rumori vivaci. Il silenzio fu interrotto da un'improvviso singhiozzare; qualcuno nella dispensa piangeva disperatamente.

  • Chi piange?-, domandò quasi urlando cucchiarella.

Nessuno rispose, sebbene il suono delle lacrime non si arrestasse. Cucchiarella con un balzo scese dal ripiano, e poi saltellando si diresse verso la dispensa, decisa a scoprire chi stesse piangendo.

Nascosto, sull'ultimo ripiano dello scaffale, notò un sacco di iuta “insofferente”. Vi si avvicinò, lo aprì e vi guardò dentro: fave. Il pianto proveniva da lì.

  • Che accade? Perché piangete?-, chiese.

  • Ci sentiamo tristi e sole; nessuno degli altri ingredienti ben si adatta al nostro sapore. Perfino Marmiton fa fatica a unirci a qualcuno. Da sempre è così! La gente non ci ama e ci evita di proposito. “Cibo dei morti”, è il nostro appellativo-.

Cucchiarella restò per un attimo in silenzio, sopraffatta dalla meraviglia per tanto dolore nascosto in un semplice sacco di iuta. Poi cominciò a saltellare girando su se stessa, movimento che le riusciva davvero molto bene, abituata com'era a mescolare ogni tipo di minestra, per farsi venire in mente una buona idea. D' improvviso si fermò e disse:

  • Non piangete, domattina parlo di voi a Marmiton. Secondo me, si è trattato semplicemente di una piccola dimenticanza. Con tutto quello che c'è da fare in questa cucina, è facile prendere una svista!-, cucchiarella cercò, così, di rassicurarle.

In realtà le fave ben sapevano che non si trattava di una dimenticanza occasionale. La loro, era, un' esistenza emarginata. Confinate nella dispensa del dimenticatoio dei cibi, aspettavano solo la loro fine, segnata dall'arrivo del “fafarulo”: un vermiciattolo, che come un tarlo, bucava la fava, penetrandola, e facendola marcire. Solo allora venivano spostate dal sacco di iuta della dispensa, al sacco della spazzatura. Sospirarono, le piccole fave, cercando di credere alla parole di Cucchiarella che tornò al suo posto, mentre le “disgraziate” attesero speranzose, per tutta la notte, l'arrivo del nuovo giorno.

Il sole stiracchiò i suoi raggi che poco timidi bussarono alle finestre della camera da letto di Marmiton.

  • Buongiorno!!!-, gli urlarono, facendolo cadere dal letto. Sorrise al sole che rendeva ancora più affascinante la città in cui, da Bari, si era trasferito: Parigi. Non era un caso quella scelta. Marmiton amava cucinare e la cucina francese era rinomata in tutto il mondo; Marmiton amava Bari, e le due città erano legate come madre e figlia, da quel famoso detto. “ Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”.

  • Si lavò e si vestì in fretta e poi corse nel suo regno: la cucina.

  • Marmiton, Marmiton...- lo accolse, quasi assalendolo, cucchiarella. E gli raccontò tutto quanto era accaduto durante la notte.

  • Bene, bene... Ci sono delle fave? E sono tristi? Effettivamente il loro è un sapore difficile da accostare, e da sole non sono il massimo! Tra l'altro le chiamano “Cibo dei morti”...-, a quelle parole si udì un pianto straziante provenire dalla dispensa.

  • Marmiton, questo proprio non dovevi dirlo!- lo rimproverò cucchiarella.

Entrambi si recarono verso il sacco che le conteneva e dopo averlo aperto ne prese una manciata nella mano. Marmiton le guardava attentamente, mentre il cuore gli si stringeva nel petto: quelle lacrime proprio non le tollerava.

  • Marmiton, anche tu ci consideri orrende! Marmiton, anche tu preferirai lasciarti uccidere da qualcuno anziché venire in contatto con noi fave? Marmiton, non fare della tua scuola di cucina, una nuova scuola Pitagorica! Non emarginarci! Aiutaci!-, lo supplicavano le piccole e disperate fave.

  • Mie care, ma io non vi seguo! Che dite? Pitagora? Scuola? Io sono un semplice Marmiton!-.

  • Ragazze, calma!-, intervenne cucchiarella e poi le esortò a spiegare tutto con ordine per evitare ulteriori confusioni.

  • Cucchiarella, tu ci hai detto che era quasi certo che quella di Marmiton fosse una semplice e innocua dimenticanza. Invece è come pensavamo noi! No, non è una svista! Siamo qui, da molto, moltissimo tempo. Sappiamo che il nostro sapore non è gradito. Siamo difficili: non sappiamo mai chi ci piace e con chi vogliamo unirci. A volte, provochiamo una malattia: il favismo. E ci evitano! Persino Pitagora, il grande filosofo e matematico dell'antichità, nutrì nei nostri confronti un'avversione esagerata. In seguito, la chiamarono “idiosincrasia di Pitagora” e di tutta la sua scuola. Pensa che in fuga dagli scherani di Cilone di Crotone, preferì farsi raggiungere e ammazzare, piuttosto che salvarsi attraversando un campo di fave. Noi ne siamo convinte: la nostra disgrazia è legata a questa antipatia di Pitagora! Pensateci bene, uno come lui, uno che conta; ordina di non mangiarci, comincia a considerarci malvagie e terrificanti; un uomo comune cosa può opporre se non il suo famoso “ Ipse dixit?”-.

Difficile trovare parole che potessero contrastare quel fiume di malcontento, di emarginazione e di mancanza d' amore durato anni e anni. Ma il nostro “cupido” dei cibi riuscì a dire:

  • Ragazze!!! Ma cos'è questa mancanza di autostima? Pensate davvero che non ci sia, qui in questa cucina, qualcuno a cui voi potete piacere? Pensate davvero, che io il re dell'amore, non riesca a combinarvi un'unione sponsale perfetta? Animo, animo!-, l'ottimismo era una delle qualità di Marmiton.

Uscì dalla dispensa con una certezza nello sguardo: avrebbe creato un matrimonio perfetto e indissolubile. Le fave, odiate, avrebbero avuto finalmente un compagno, uno sposo.


  • Marmiton, hai finito di pulire le rape?-, lo Chef richiamò all'attenzione Marmiton che era perso nei suoi pensieri di agente matrimoniale per ingredienti solitari.

  • No, Chef! Non le rape! Da quelle non se ne cava mai nulla! Cicorie! Ecco cosa ci vuole per le fave!

Lo chef lo guardò stupito. Poi fidandosi delle capacità creative del nostro cuoco fai da te, lasciò che si mettesse all'opera.

Marmiton preparò le cicorie: eliminò ogni foglia giallastra, le lavò per bene, preparò per loro un bagno caldo immergendole con sali, che le avrebbero dato sapore. Subito dopo riservò lo stesso trattamento di “bellezza” alle fave. Mentre i prossimi giovani sposi si preparavano alle nozze, preparò per loro il letto nuziale: scelse il piatto da portata più importante, lo tirò a lucido, lo guardò con ammirazione. Poi con l'aiuto di cucchiarella vi adagiò le fave e le cicorie. Un po' d'olio d'oliva sarebbe stato utile a rendere lisce e profumate le loro nuove vesti. Nel piatto, gli sposi si unirono in matrimonio, consumando quelle nozze organizzate alla perfezione da Marmiton. Da allora fave e cicorie vivono un connubio destinato a durare per sempre!

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martedì, 17 novembre 2009



Io solo per te:

teneramente foglia.
" Brucami piano! "

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lunedì, 09 novembre 2009


Quando vivo, le parole si nascondono. Spariscono, si allontanano dal mio cuore lasciandomi sola con la vita. A volte penso che siano delle amanti gelose e possessive. Abbraccio: eccola una di quelle parole invisibili. La scrivo, ma non la sento saltare nella mia anima. Mi osserva con occhi indifferenti, posizionati all'altezza delle due c e resta in silenzio. Poi mi volto, e guardo da un'altra parte. All'improvviso mi compare la parola bacio. Sorrido, perché il bacio è sempre stato appariscente, lo si nota. Ci avete mai fatto caso? Provate a guardare i contorni, il disegno che le singole lettere tracciano formando l'intera parola; non somiglia forse a delle labbra? Morbide, umide, dolci. Quando non vivo, le mie parole vengono ad abitare nella mia casa. Sono le mie uniche compagne che sanno farmi ridere e piangere. Si lasciano leggere e parlano con il silenzio dei miei pensieri, fecondandolo. Le trovo ovunque, in ogni pagina del libro della mia non vita. All'inizio sono distanti e fredde, poi piano piano, mi diventano familiari e si lasciano amare. Leggere, scrivere, amare. Tre azioni correlate. Quando ero più giovane, associavo l'amare con il vivere e così, i tre verbi, diventavano quattro. Crescendo, sono diventata un po' più vile, e ho deciso di eliminare gli ultimi due: Amare e vivere. Leggere e scrivere, nel corso degli anni, sono stati così generosi nei miei confronti da non farmi sentire la mancanza degli altri due. Per molto tempo mi sono illusa che una non vita, vissuta sulle pagine bianche, potesse essere altrettanto gratificante. Ho costretto il mio cuore a credere che l'amore non fosse poi così determinante per condurre un'esistenza piena. “Che m'importa del vivere? Che m'importa dell'amare? Mi basta solo leggere e scrivere!”. L'ho pensato con convinzione mentre danzavo con le mie parole.

Un giorno, però, è accaduta una cosa insolita: ero immersa nel mio più grande piacere; le parole scorrevano veloci, per poi fermarsi un po', giusto il tempo di un saluto che ricambiavo generosamente sorridendo a tutte. All'improvviso una di loro, un sostantivo maschile, palloncino si è fermato e mi ha teso la mano, invitandomi a seguirlo. Senza esitare l'ho afferrata e, insieme, abbiamo cominciato a salire su nel cielo, fino a quando abbiamo raggiunto la nuvola più bianca e morbida presente in quello spazio esageratamente grande. Mi sono seduta e ho guardato di sotto: tutto così minuscolo e colorato, ma armonico e perfetto nella sua imperfezione di mondo. Una sensazione di unione e benessere mi ha pervasa e ho desiderato poter condividere con qualcuno quella straordinaria gioia. Non ho potuto farlo, perché avevo scacciato amare e vivere. Leggere, scrivere, per me, era diventata la condizione di un essere umano solo con i suoi pensieri. E la tristezza mi ha avvolta facendomi cadere di sotto. Il risveglio è stato devastante: i baci non erano più umidi di passione, gli abbracci erano fredde lame di ghiaccio che mi tagliavano la pelle.

Leggere, scrivere, amare, vivere”. Quattro azioni correlate. Quattro sinonimi che hanno bisogno l'un dell'altro per completarsi.

Adesso so che quando vivo le parole non si nascondono, non scappano... Sono tutte lì. Attendono solo di passare sulle labbra, per avere anch'esse un corpo fatto di voce, suono, timbro, ritmo. Semplicemente vogliono uscire dalle pagine bianche della non vita, passando attraverso il mio corpo e giungere nel tuo.

Guardo la nostra fotografia, quella che abbiamo fatto la prima volta che ci siamo amati: nudi e distesi sul letto della vita a leggere l'uno per l'altra.

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giovedì, 05 novembre 2009


BALLATA


Nella casa della Morte,

non ci sono molte porte.

Ce n'è una quasi aperta,

 ma vi si accede senza fretta.

Nella casa della Morte,

la Speranza è fuggita,

e Futuro, giovane e forte, l'ha inseguita.

Nella casa della Morte

resta il vecchio che guardando la sua mano,

piange invano.

“Chi ha voglia di ascoltare la mia storia, qui si sieda!”,

dice urlando e piangendo.

Una giovane signora,

dalla lunga gonna nera,

camminando spazza via,

la polvere magica della sera.

Lentamente s'avvicina,
sorridendo guarda il vecchio,

poi gli prende la sua mano

e gli parla piano piano:

“Sono bella e gioiosa,
non è vero che son tenebrosa!

Ho un amore nel mio cuore,

il suo nome è Futuro.

Ma è fuggito con Speranza,

lasciandomi sola in questa stanza.

Io signora della casa,

cerco in te il mio giovane amore. Nella tua mano posso vederlo.”

Il vecchio, allora, tende il braccio,

apre il pugno e gliela porge,
 la sua mano vecchia e tremante,

che contiene un diamante.

“Ho paura, mia signora...”,
dice con il cuore in gola.

Nella casa della Morte,

Speranza ha sedotto lo sposo,
che con lei è scappato;

Ingannandolo,

con magia e maestria,

Futuro, ha abbandonato la sua sposa

che lo cerca disperata nella mano di quel vecchio.

Nella casa della Morte,

in cui ci sono poche porte,

dove il tempo sembra dormire,

e le macerie marcire,

dove i vecchi abbandonati, tristi e soli,

inascoltati.

Nella casa della Morte,

dove i fiori son crisantemi,

in attesa di esser piantati in moderni cimiteri.

Nella casa della Morte,

dove gli occhi non son vivi,

ma mangiati, oscurati e consumati

da pesanti cataratte.

Nella casa della Morte

dove il tempo è sovrano,

ma già stanco e affaticato,

dorme sempre sul divano.

Nella casa della Morte,

le finestre son tutte rotte,

non vi è luce che rischiara,

ma soltanto una candela
 che consuma la sua cera.

Nella casa della Morte,

la padrona, la signora,

prende le mani a chi dispera.

Ci son vecchi, ormai alla fine,
che sembran davvero lì lì per morire;

Poi d'un tratto, con calore
 con la mano nella sua,

si colora l'amore.

“Vecchio mio, o buon viandante,

Non è vero che sei alla fine.
 Vedo strade, lunghe e larghe,
da percorrer ancora assieme.

Ci saran delle tempeste, e poi ancora le bonacce,

E le stelle che tu ben conosci,
 guideranno il tuo cammino,

verso l'azzurro cenerino.

Non da solo, andrai lassù;

guardo meglio, vecchio mio,
per capire se il mio Futuro

si possa esser nascosto

tra le pieghe del tuo rugoso corpo.”

Sorride bene, la signora,

che davvero è gioiosa e mai tenebrosa.

Chi l'ha detto che fa paura?

E' gentile e riservata,

e con Futuro si è sposata.

Solo un vecchio, ormai alla fine,
ha l'ardire di capire:

nella mano tutt'aperta,

spalancata come un'ala stesa,

è nascosto il grande salto

che ci porta su nel cielo.

Tra le pieghe rovinate,

di una mano un po' callosa,

la signora ha ritrovato

il suo Futuro non più perduto.

Abbracciati sulla mano, la signora ed il suo sposo,

che portano lì in alto,
 tra le onde di un cielo stanco,
il buon vecchio marinaio.

Nella casa della Morte,

non vi sono molte porte;

Una sola è quasi aperta,

basta un salto per volare
e l'invito a ricominciare.

Nella casa della Morte,

non è solo il marinaio;

ci son tutti gli invitati che sorridono contenti,

aspettando che lui parli:

“ Qui davvero si sta bene!”
 dice timido il vecchietto,

un bambino giammai grande,

corre incontro al vecchio nonno.

Non più soli, non più tristi,

nella casa della Morte;

qui che il tempo è sovrano,

dormendo sempre sul divano,

stiracchiando le sue ossa,

ogni tanto si risveglia
sorridendo ai suoi ospiti.

Gli invitati fanno festa perché:

nella casa della Morte,

le finestre non sono più rotte,

e i portoni spalancati

per accogliere Futuro,

giovane sposo, ritrovato

nella mano di un povero vecchio disperato.

“La mia storia giunge al termine,
ma non termina la storia”,
dice il vecchio marinaio
e sorride al nipotino che gli prende la  mano.

“La mia storia giunge al termine,
ma non termina la Storia”,
dice ancora il marinaio
 su dal cielo cenerino agli amici disperati

che son stati abbandonati

nella casa della Morte.

Poi con occhi scintillanti,
guarda in viso la signora

che ha ripreso a spazzare,

con la lunga gonna nera,

la polvere magica della sera.

“La mia storia giunge al termine,
 ma non termina la storia”,
 dice urlando ai derelitti

che vivacchiano distrutti

nella casa della Morte.

“La mia storia giunge al termine,
 ma non termina la storia”,
risponde a eco il sovrano
che si sveglia dal divano.

“Sono il tempo ed è qui che vivo,
nella casa della Morte,

e del giovane Futuro,

incantevole consorte!”


 

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