L' IDIOT@
"All'improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all'oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente...La sua mente e il suo cuore s'inondavano di luce straordinaria....Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui incominciava l'attacco". da L'Idiota di Dostoevskij


Il mio libro
STRANIERA A SE STESSA



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TITOLO: STRANIERA A SE STESSA
AUTORE: BARBARA ARDITO
CODICE ISBN:978-88-6281-023-4
EDITORE:Altromondo Editore
COSTO: &euro 12,00
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lunedì, 23 novembre 2009




  • Mia cara, anche per oggi abbiamo finito!-

Marmiton posò sul ripiano da lavoro, dopo aver asciugato per bene, la sua vecchia compagna d' avventure: una “cucchiaia” di legno.

  • Finalmente possiamo riposare -, rispose l' amica.

Poi spense le luci e tornò a casa. Marmiton era basso e tarchiato. I suoi baffi rossicci, nascondevano la bocca capace di distinguere ogni sapore e coglierne l'essenza. Trascorreva le sue giornate nella grande cucina. Non era uno chef, nessuno nel corso degli anni, gli aveva mai conferito alcun titolo onorario in merito all'arte culinaria. Solo “Marmiton”, un cuoco fai da te; un casalingo speciale che si divertiva a mescolare con maestria i diversi ingredienti, creando ricette uniche.

Il buio della notte arredava di colori silenziosi quell'ambiente che, contrariamente, di giorno viveva di rumori vivaci. Il silenzio fu interrotto da un'improvviso singhiozzare; qualcuno nella dispensa piangeva disperatamente.

  • Chi piange?-, domandò quasi urlando cucchiarella.

Nessuno rispose, sebbene il suono delle lacrime non si arrestasse. Cucchiarella con un balzo scese dal ripiano, e poi saltellando si diresse verso la dispensa, decisa a scoprire chi stesse piangendo.

Nascosto, sull'ultimo ripiano dello scaffale, notò un sacco di iuta “insofferente”. Vi si avvicinò, lo aprì e vi guardò dentro: fave. Il pianto proveniva da lì.

  • Che accade? Perché piangete?-, chiese.

  • Ci sentiamo tristi e sole; nessuno degli altri ingredienti ben si adatta al nostro sapore. Perfino Marmiton fa fatica a unirci a qualcuno. Da sempre è così! La gente non ci ama e ci evita di proposito. “Cibo dei morti”, è il nostro appellativo-.

Cucchiarella restò per un attimo in silenzio, sopraffatta dalla meraviglia per tanto dolore nascosto in un semplice sacco di iuta. Poi cominciò a saltellare girando su se stessa, movimento che le riusciva davvero molto bene, abituata com'era a mescolare ogni tipo di minestra, per farsi venire in mente una buona idea. D' improvviso si fermò e disse:

  • Non piangete, domattina parlo di voi a Marmiton. Secondo me, si è trattato semplicemente di una piccola dimenticanza. Con tutto quello che c'è da fare in questa cucina, è facile prendere una svista!-, cucchiarella cercò, così, di rassicurarle.

In realtà le fave ben sapevano che non si trattava di una dimenticanza occasionale. La loro, era, un' esistenza emarginata. Confinate nella dispensa del dimenticatoio dei cibi, aspettavano solo la loro fine, segnata dall'arrivo del “fafarulo”: un vermiciattolo, che come un tarlo, bucava la fava, penetrandola, e facendola marcire. Solo allora venivano spostate dal sacco di iuta della dispensa, al sacco della spazzatura. Sospirarono, le piccole fave, cercando di credere alla parole di Cucchiarella che tornò al suo posto, mentre le “disgraziate” attesero speranzose, per tutta la notte, l'arrivo del nuovo giorno.

Il sole stiracchiò i suoi raggi che poco timidi bussarono alle finestre della camera da letto di Marmiton.

  • Buongiorno!!!-, gli urlarono, facendolo cadere dal letto. Sorrise al sole che rendeva ancora più affascinante la città in cui, da Bari, si era trasferito: Parigi. Non era un caso quella scelta. Marmiton amava cucinare e la cucina francese era rinomata in tutto il mondo; Marmiton amava Bari, e le due città erano legate come madre e figlia, da quel famoso detto. “ Se Parigi avesse il mare sarebbe una piccola Bari”.

  • Si lavò e si vestì in fretta e poi corse nel suo regno: la cucina.

  • Marmiton, Marmiton...- lo accolse, quasi assalendolo, cucchiarella. E gli raccontò tutto quanto era accaduto durante la notte.

  • Bene, bene... Ci sono delle fave? E sono tristi? Effettivamente il loro è un sapore difficile da accostare, e da sole non sono il massimo! Tra l'altro le chiamano “Cibo dei morti”...-, a quelle parole si udì un pianto straziante provenire dalla dispensa.

  • Marmiton, questo proprio non dovevi dirlo!- lo rimproverò cucchiarella.

Entrambi si recarono verso il sacco che le conteneva e dopo averlo aperto ne prese una manciata nella mano. Marmiton le guardava attentamente, mentre il cuore gli si stringeva nel petto: quelle lacrime proprio non le tollerava.

  • Marmiton, anche tu ci consideri orrende! Marmiton, anche tu preferirai lasciarti uccidere da qualcuno anziché venire in contatto con noi fave? Marmiton, non fare della tua scuola di cucina, una nuova scuola Pitagorica! Non emarginarci! Aiutaci!-, lo supplicavano le piccole e disperate fave.

  • Mie care, ma io non vi seguo! Che dite? Pitagora? Scuola? Io sono un semplice Marmiton!-.

  • Ragazze, calma!-, intervenne cucchiarella e poi le esortò a spiegare tutto con ordine per evitare ulteriori confusioni.

  • Cucchiarella, tu ci hai detto che era quasi certo che quella di Marmiton fosse una semplice e innocua dimenticanza. Invece è come pensavamo noi! No, non è una svista! Siamo qui, da molto, moltissimo tempo. Sappiamo che il nostro sapore non è gradito. Siamo difficili: non sappiamo mai chi ci piace e con chi vogliamo unirci. A volte, provochiamo una malattia: il favismo. E ci evitano! Persino Pitagora, il grande filosofo e matematico dell'antichità, nutrì nei nostri confronti un'avversione esagerata. In seguito, la chiamarono “idiosincrasia di Pitagora” e di tutta la sua scuola. Pensa che in fuga dagli scherani di Cilone di Crotone, preferì farsi raggiungere e ammazzare, piuttosto che salvarsi attraversando un campo di fave. Noi ne siamo convinte: la nostra disgrazia è legata a questa antipatia di Pitagora! Pensateci bene, uno come lui, uno che conta; ordina di non mangiarci, comincia a considerarci malvagie e terrificanti; un uomo comune cosa può opporre se non il suo famoso “ Ipse dixit?”-.

Difficile trovare parole che potessero contrastare quel fiume di malcontento, di emarginazione e di mancanza d' amore durato anni e anni. Ma il nostro “cupido” dei cibi riuscì a dire:

  • Ragazze!!! Ma cos'è questa mancanza di autostima? Pensate davvero che non ci sia, qui in questa cucina, qualcuno a cui voi potete piacere? Pensate davvero, che io il re dell'amore, non riesca a combinarvi un'unione sponsale perfetta? Animo, animo!-, l'ottimismo era una delle qualità di Marmiton.

Uscì dalla dispensa con una certezza nello sguardo: avrebbe creato un matrimonio perfetto e indissolubile. Le fave, odiate, avrebbero avuto finalmente un compagno, uno sposo.


  • Marmiton, hai finito di pulire le rape?-, lo Chef richiamò all'attenzione Marmiton che era perso nei suoi pensieri di agente matrimoniale per ingredienti solitari.

  • No, Chef! Non le rape! Da quelle non se ne cava mai nulla! Cicorie! Ecco cosa ci vuole per le fave!

Lo chef lo guardò stupito. Poi fidandosi delle capacità creative del nostro cuoco fai da te, lasciò che si mettesse all'opera.

Marmiton preparò le cicorie: eliminò ogni foglia giallastra, le lavò per bene, preparò per loro un bagno caldo immergendole con sali, che le avrebbero dato sapore. Subito dopo riservò lo stesso trattamento di “bellezza” alle fave. Mentre i prossimi giovani sposi si preparavano alle nozze, preparò per loro il letto nuziale: scelse il piatto da portata più importante, lo tirò a lucido, lo guardò con ammirazione. Poi con l'aiuto di cucchiarella vi adagiò le fave e le cicorie. Un po' d'olio d'oliva sarebbe stato utile a rendere lisce e profumate le loro nuove vesti. Nel piatto, gli sposi si unirono in matrimonio, consumando quelle nozze organizzate alla perfezione da Marmiton. Da allora fave e cicorie vivono un connubio destinato a durare per sempre!

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martedì, 17 novembre 2009



Io solo per te:

teneramente foglia.
" Brucami piano! "

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lunedì, 09 novembre 2009


Quando vivo, le parole si nascondono. Spariscono, si allontanano dal mio cuore lasciandomi sola con la vita. A volte penso che siano delle amanti gelose e possessive. Abbraccio: eccola una di quelle parole invisibili. La scrivo, ma non la sento saltare nella mia anima. Mi osserva con occhi indifferenti, posizionati all'altezza delle due c e resta in silenzio. Poi mi volto, e guardo da un'altra parte. All'improvviso mi compare la parola bacio. Sorrido, perché il bacio è sempre stato appariscente, lo si nota. Ci avete mai fatto caso? Provate a guardare i contorni, il disegno che le singole lettere tracciano formando l'intera parola; non somiglia forse a delle labbra? Morbide, umide, dolci. Quando non vivo, le mie parole vengono ad abitare nella mia casa. Sono le mie uniche compagne che sanno farmi ridere e piangere. Si lasciano leggere e parlano con il silenzio dei miei pensieri, fecondandolo. Le trovo ovunque, in ogni pagina del libro della mia non vita. All'inizio sono distanti e fredde, poi piano piano, mi diventano familiari e si lasciano amare. Leggere, scrivere, amare. Tre azioni correlate. Quando ero più giovane, associavo l'amare con il vivere e così, i tre verbi, diventavano quattro. Crescendo, sono diventata un po' più vile, e ho deciso di eliminare gli ultimi due: Amare e vivere. Leggere e scrivere, nel corso degli anni, sono stati così generosi nei miei confronti da non farmi sentire la mancanza degli altri due. Per molto tempo mi sono illusa che una non vita, vissuta sulle pagine bianche, potesse essere altrettanto gratificante. Ho costretto il mio cuore a credere che l'amore non fosse poi così determinante per condurre un'esistenza piena. “Che m'importa del vivere? Che m'importa dell'amare? Mi basta solo leggere e scrivere!”. L'ho pensato con convinzione mentre danzavo con le mie parole.

Un giorno, però, è accaduta una cosa insolita: ero immersa nel mio più grande piacere; le parole scorrevano veloci, per poi fermarsi un po', giusto il tempo di un saluto che ricambiavo generosamente sorridendo a tutte. All'improvviso una di loro, un sostantivo maschile, palloncino si è fermato e mi ha teso la mano, invitandomi a seguirlo. Senza esitare l'ho afferrata e, insieme, abbiamo cominciato a salire su nel cielo, fino a quando abbiamo raggiunto la nuvola più bianca e morbida presente in quello spazio esageratamente grande. Mi sono seduta e ho guardato di sotto: tutto così minuscolo e colorato, ma armonico e perfetto nella sua imperfezione di mondo. Una sensazione di unione e benessere mi ha pervasa e ho desiderato poter condividere con qualcuno quella straordinaria gioia. Non ho potuto farlo, perché avevo scacciato amare e vivere. Leggere, scrivere, per me, era diventata la condizione di un essere umano solo con i suoi pensieri. E la tristezza mi ha avvolta facendomi cadere di sotto. Il risveglio è stato devastante: i baci non erano più umidi di passione, gli abbracci erano fredde lame di ghiaccio che mi tagliavano la pelle.

Leggere, scrivere, amare, vivere”. Quattro azioni correlate. Quattro sinonimi che hanno bisogno l'un dell'altro per completarsi.

Adesso so che quando vivo le parole non si nascondono, non scappano... Sono tutte lì. Attendono solo di passare sulle labbra, per avere anch'esse un corpo fatto di voce, suono, timbro, ritmo. Semplicemente vogliono uscire dalle pagine bianche della non vita, passando attraverso il mio corpo e giungere nel tuo.

Guardo la nostra fotografia, quella che abbiamo fatto la prima volta che ci siamo amati: nudi e distesi sul letto della vita a leggere l'uno per l'altra.

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sabato, 03 ottobre 2009

Sei venuto insperato al mio desiderio,

hai stupito e scosso l'immaginazione dentro il mio animo.

Tremo, e nel profondo il mio cuore è sconvolto dall'assillo,

il respiro soffocato dall' onde d'amore.

Salvami tu da questo naufragio in terraferma, ti prego,

salvami, e accoglimi dentro il tuo porto.”

Macedonio, poeta greco,VI sec. d. C.


 


Ho sempre amato guardare le stelle. La magia che custodiscono nella loro luce sospesa nel buio della notte, è mistero. Ho sempre creduto che esse conoscano ogni nostro pensiero più nascosto. Io ne ho occultato solo uno, il più importante fra tutti. Un giorno in giardino, l'ho seppellito preparandogli un funerale anticipato. Ho scavato una fossa abbastanza profonda, perché profondo era il suo corpo. L'ho adagiato su un sudario bianco e l'ho deposto nella buca, sotto un grande albero. Nei giorni seguenti la sepoltura, mi recavo sulla sua tomba per rendere omaggio al desiderio condannato a morte. Non c'era nessuna lapide a ricordare, per chi passasse per caso, che proprio lì la terra custodiva le spoglie di Desideriouccisoprematuramente. Non era necessario, che altri vedessero ciò che restava del mio unico desiderio importante. Non volevo che persone del tutto estranee portassero un fiore, un semplice fiore, a quel corpo ormai mangiato dai vermi. Intanto la mia vita scorreva tranquilla, senza nessun sconvolgimento di sorta. Senza che io potessi provare nel mio intimo alcuna gioia, alcun dolore. E i giorni si rincorrevano, così come gli anni, senza affanno … lentamente.

Una sera, mi sono recata alla tomba, era da tanto che non andavo a far visita a Desideriouccisoprematuramente. Mi sono seduta sotto l'albero, ho posato una piccola margherita sulla collinetta di terra e ho alzato lo sguardo al cielo buio e le ho viste: le stelle.

Una in particolare mi ha sorriso, ma con un sorriso triste e per la prima volta in tutta la mia vita ho provato rimorso per quel funerale anticipato che anni prima avevo celebrato nella solitudine del mio dolore, nel tormento del mio cuore ferito e incapace di credere ancora a quell'unico desiderio importante.

Ho cominciato a piangere, e quelle lacrime sembravano pioggia che irriga un terreno ormai arido e incapace di dar frutti. Poi improvvisamente ho sentito l'esigenza di riesumare quel vecchio corpo da quella sua tomba. Ho iniziato a scavare con le mani, sempre più veloce e affamata di vita. Ho tirato su il sudario non più bianco, l'ho aperto e con sorpresa ho trovato il corpo di Desideriouccisoprematuramente ancora intatto.

E se fosse ancora vivo? E se bastasse un “libera” di un defibrillatore per poterlo nuovamente riavere?

Poi una voce, bellissima, calda, familiare alle mie spalle mi ha domandato:

  • Qual è il tuo desiderio più grande?

Mi sono girata e questa volta non ho esitato a rispondere.

  • Il suo nome è Amore, ma è , ormai, Desideriouccisoprematuramente.

L'uomo mi ha sorriso, ha preso dalle mie mani il corpo senza vita di Desideriouccisoprematuramente, lo ha baciato con delicatezza facendolo rinascere.

 





p.s. Dottò Grazie!

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venerdì, 18 settembre 2009
Oggi lasciate che sia felice,
io e basta,
con o senza tutti,
essere felice con l’erba
e la sabbia
essere felice con l’aria e la terra,
essere felice con te,
con la tua bocca,
essere felice.

Pablo Neruda
"Ode al giorno felice"

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sabato, 12 settembre 2009


-Come nascono le tue favole, nonna?

Sorrisi ai suoi occhioni curiosi e una lacrima cadde giù, ma era talmente titubante che la mia piccola nipotina non ci fece caso.

  • Le favole, bambina mia, nascono quando vogliamo trasformare una piccola lacrima timida in un prezioso cristallo! E' il cammino della lacrima per diventare caleidoscopio, dove immagini multicolori prendono vita per riscaldare il cuore.

     

C'era una volta,

una donna che desiderava amare ed essere amata. Dopo tanto dolore, finalmente in una serata di fine estate, nonostante il vento forte del maestrale, il mare arrabbiato e la salsedine,il suo cuore trovò un posto in cui riposare sereno; e furono baci e carezze al chiarore della Luna che dall'alto del cielo sorrideva ai due innamorati.

La musica del vento cullava nella notte i corpi dei giovani amanti che sognavano e giocavano con tutto ciò che li circondava. All'improvviso la donna disse:- Guarda, mio bene, sulla luna c'è un coniglietto che lavora in cucina. Pesta erbe nel suo piccolo mortaio di legno!

  • Tesoro, io non lo vedo, rispose l'uomo e la trascinò verso di sé per distrarla da quello che il suo animo razionale e freddo aveva definito come una semplice pareidolia.

Accade che qualche giorno più in là, la giovane donna si ritrovò nuovamente sola; ancora una volta qualcuno si era preso gioco del suo cuore e pianse, pianse per molte notti fino a quando, una sera, non potendone più delle lacrime decise di andar a trovare la luna, che da sempre era stata la sua amica del cuore. Così si mise comoda comoda, sdraiandosi su un lettino da mare e la salutò.

La luna sembrò non risponderle e divenne sempre più triste.

  • Perché piangi?, domandò d'improvviso una voce.

Aprì gli occhi e cominciò a strofinarsi le palpebre, come a voler asciugare gli occhi dalle lacrime che non le permettevano di guardare bene.

  • Ciao, sei tu!, disse rivolgendosi al coniglio che qualche sera prima aveva visto sulla luna.

  • Sì e non sono una pareidolia come ti ha detto quel tizio. Sono il Coniglio lunare se vuoi ti racconto la mia storia.

La donna, sorrise e fece cenno di sì con il capo.


Era un giorno di primavera quando l'incontrai. Correvo spensierato nei prati con i miei amici: una scimmia e una volpe. Ci divertivamo molto assieme. Tra l'erba e i fiori, d'improvviso, scorgemmo un mendicante senza più forze.

  • Ho fame, ci disse.

Subito allora i miei amici si misero all'opera. La scimmia si arrampicò sugli alberi per donargli i frutti raccolti, la volpe riuscì a cacciare un uccello. Io, invece, nonostante gli sforzi non riuscii a trovare nulla da poter donare a quel povero mendicante. Così quando giunse la sera, chiesi ai miei amici di aiutarmi a trovare arbusti per preparare un bel fuocherello. Quando fu pronto, non esitai. Fu un pensiero veloce, di quelli che si concretizzano immediatamente. Sorrisi e, rivolgendomi al mendicante,dissi:

  • Per te!, e mi gettai tra le fiamme offrendo così la mia stessa carne.

Quel gesto commosse il mendicante che a quel punto rivelò la sua natura: era una divinità, era la Luna stessa, che scesa sulla terra per vedere da vicino questo meraviglioso posto si era mascherata da viandante. La Luna, prese il mio corpo senza vita, lo baciò e lo portò con sé, imprimendone l'immagine sulla superficie della Luna stessa, perché tutti potessero ricordarsi di me e del mio sacrificio.”

L'altra sera ti ho vista e sentita. Mi hai riconosciuto e hai notato anche il mio mortaio. Pesto erbe, per farne infusi di vita eterna.

Eccolo il mio regalo per te!

Fu così che il Coniglio Lunare donò il suo magico infuso alla donna triste, che da allora, oltre alla Luna, ha trovato un nuovo amico capace di riscaldarle il cuore quando sale il vento di tramontana a distruggerle i sogni.

 

N.B. Questa mattina mi sono imbattuta, per caso, nella leggenda Orientale del Coniglio Lunare... ero un po' triste, ma come ho spiegato alla "nipotina" le mie favole, le mie parole sono l'evoluzione naturale delle mie lacrime...che fortuna mia, si trasformano in caleidoscopio regalandomi quei colori che spesso il mondocacca offusca.

Un sorriso per augurarvi una Buona Domenica!


Ah, dimenticavo... ho scoperto che Branduardi ha scritto una canzone (La Lepre nella Luna)ispirata alla leggenda sopra raccontata...cambio musica e ve l'ascoltate anche voi...!



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martedì, 25 agosto 2009


La mia testa è un utero accogliente. Le sue pareti rivestite di mucosa rossa hanno accolto dell'inchiostro blu. Quanto tempo mi ci vuole per far nascere questa creatura che è sospesa nell'utero della mia testa?

  • Mamma mettimi al mondo!, dice una vocina.

  • Una voce che parla nel ventre di sua madre, si mette al mondo da sola!, le rispondo sorridendo.

Dalla canna trasparente che tengo stretta tra le due dita,tunnel vitale che unisce il mio mondo di dentro con quello di fuori, nasce a poco a poco la piccola creatura ancora informe. Il lenzuolo bianco si sporca di rosso, ma non riesco ancora a leggere ciò che scrivo sul foglio che giace sotto il mio corpo.

-Sono ancora piccola, ma voglio crescere e diventare grande!, mi dice l'informe, uscita attravarso il tubo.

  • Oh, figlia mia crescerai, di questo ne sono certa, diverrai una parola compiuta e non andrai in giro da sola a far danni.

  • Le piccole parole che vanno in giro da sole fanno danni, mammina?, mi chiede guardandomi negli occhi.

Le parole vivono bene solo nel loro giardino. E' un giardino neutro, senza piante, senza colori e profumi, viene arricchito dalle parole che lo abitano. Cresce con loro, rigo dopo rigo, pagina dopo pagina. A volte, mamme scosiderate, lasciano uscire le loro figlie attraverso una vagina differente. La vagina differente non è legata all'utero accogliente, è solo un buco attraverso cui le piccole parole vengono cacciate malamente. Quelle creature, poverine, non sono colorate di blu, o di rosso, o di nero, quelle figlie vomitate hanno un suono e vagano nello spazio fino a quando non riescono a penetrare e perforare il timpano.

Ci sono parole che fanno danni e fanno male, perché non sanno dove andare. Sono nate per far soffrire e ferire, perchè dette solo per stupire o per contraddire. Non hanno mai abitato nel giardino e non sono cresciute e non si sono legate alle altre figlie. Sono parole disadattate, vomitate, lanciate, sospese, non volute, non amate;sono parole fantasma senza corpo e senza anima.

-Ti ho fatto molto male, venendo al mondo mammina?, mi chiede la piccola parola.

La guardo, le sorrido, poi le sfioro dolcemente il suo piccolo corpo rugoso e, prima di adagiarla nella sua culla bianca,le sussurro: “Ti amo!”.

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giovedì, 20 agosto 2009



«Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo»

(The Butterfly Effect, 2004)



 

Ho sempre creduto che la mia esistenza fosse correlata da eventi mai straordinari. L'ordinarietà, poteva essere considerata la costante della mia vita, abituata com'ero alla metodicità dello scorrere del tempo. Sveglia, colazione, lavoro, casa. Autunno, inverno, primavera, estate. Estate ed io dovevo essere al mare, non avrei mai pensato di poter trascorrere le vacanze altrove. D'estate, il mio orologio vitale, segnava il mare ed io lì dovevo essere. La cosa che più mi sorprendeva era constatare come questa ciclicità esistenziale appartenesse non solo a me, e così di anno anno, in quella località turistica della Puglia, ritrovavo le stesse persone. Ogni mattina, in spiaggia, erano i soliti argomenti a prendere il sopravvento; ogni mattina, in riva al mare, erano gli identici gesti ripetuti di anno in anno, a muoversi. Mai nulla di diverso. Il vicino di ombrellone che discuteva con la moglie. I bambini che correvano sul bagnasciuga, facendo arrabbiare la signora con la cuffietta azzurra, che sbuffando decideva finalmente di entrare in acqua. Io me ne stavo seduta sul mio telo a guardare il mare, desiderando che dall'altra parte dell'orizzonte una piccola farfalla cominciasse a sbattere velocemente le sue ali delicate, provocando così un uragano da quest'altra parte del mondo. In realtà, questi pensieri catastrofici, erano causati dalle orme che avevo lasciato sulla sabbia e che il mare cancellava aiutandomi in questo modo a non farmi sentire come un peso la solitudine che straziava il mio cuore. Mi alzai ed entrai nel mare. Erano le 10 in punto, ed io alle 10 in punto facevo il bagno. Mentre nuotavo notai, tra l'azzurro e il verde, una nota di colore insolito e incuriosita mi avvicinai. Sul pelo dell'acqua, smarrita e impaurita, vidi una piccolissima farfalla. Non esitai ad allungare la mia mano permettendole di trasferirsi sul mio indice. La guardavo meravigliata, mentre la piccola farfalla muoveva le sue minuscole ali. Pensai che l'acqua del mare gliele avesse bagnate impedendole così di riprendere il volo. Rimasi per circa una decina di minuti con la mano alta verso il cielo ed ogni tanto soffiavo anch'io sulle sue ali assieme alla brezza marina per permettere un effetto phon più veloce. Intanto i bambini mi erano tutt'intorno incuriositi da questa mia insolita posizione.

  • Ho trovato questa farfalla in acqua e adesso aspetto che le si asciughino le ali, così può riprendere il suo volo -, spiegavo.

  • Ma secondo me sta morendo-, disse un bimbo ricominciando a sbattere forte i suoi piedi facendo alzare una montagna di schizzi.

Mi fermai nuovamente a guardarla, quell'affermazione mi mise in ansia per la sorte della mia amica. Ebbi la forte sensazione di essere completamente sola. Io e lei. Io e la piccola farfalla e cominciai a piangere, proprio nel momento in cui la farfalla cominciò a muovere le ali con più forza.

  • Non sta morendo e tu hai fatto bene a tenerla fuori dall'acqua-, una voce alle mie spalle mi distolse dalla lacrime.

Sorrisi al ragazzo che non avevo mai visto prima di allora su quella spiaggia.

  • Pensi che volerà ancora?- gli domandai.

  • Ne sono più che sicuro! Dobbiamo solo pazientare un po'-.

Cominciammo così a parlare tra noi e mi disse che era la prima volta che veniva in quel posto. Aveva un appuntamento con una ragazza conosciuta in chat, il cui nick era Butterfly.

  • Ti ho vista con la farfalla in mano e insomma...-.

Una coincidenza insolita pensai.

- Non è una coincidenza! E' l'uragano delle mie ali, un regalo per te che mi hai salvata!-

In quel momento la piccola farfalla spiccò il volo.

 

N.B. IL RACCONTO NASCE DAL SALVATAGGIO REALE DELLA PICCOLA FARFALLA ACCADUTO QUESTA MATTINA AL MARE...PECCATO CHE IL SUO BATTITO D'ALI NON ABBIA PROVOCATO NEL MARE DEL MIO CUORE NESSUN URAGANO!

VABBUONO PAZIENZA!!!!

ANCORA BUONE VACANZE E SCUSATEMI SE SONO MENO PRESENTE SUI VOSTRI BLOG!


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lunedì, 17 agosto 2009
polignano ba


IN GIRO IN GIRO...
QUALCOSA TI TOGLIE IL FIATO TRA
 
SOSPIRI

E

PICCOLEZZA...




















E INTANTO TUTTO ATTORNO A ME SI MUOVE, MENTRE IO MI FERMO AD OSSERVARE IL GIRO IN GIRO DEL MONDO...

polignano a mare


























polignano








E IL CIELO SI TINGE DI ROSA...
A RICORDARMI CHE IN QUELLA PARENTESI COLORATA TUTTO SI AMA....












MARE MARE MARE... IL MIO GRANDE AMORE!

mare mare


"AH, MERAVIGLIOSA STRAZIANTE BELLEZZA DEL CREATO!!!"



alzando gli occhi al cielo


























 

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venerdì, 31 luglio 2009
tam 1 agosto 2009

Quanto è difficile a volte trovare parole che possano descrivere ciò che si vive e si sente. Oggi però, voglio provare a farlo. Mi è capitato di essere stata invitata ad un concerto. Vi chiederete, cosa abbia di straordinario questo invito, capita più o meno a tutti di andare a un concerto: energia che si muove nelle note musicali che riescono spesso a sfondare i timpani,e non parlo solo delle membrane uditive. L'estate è la stagione che più si adatta ai concerti all'aperto, quelli che piacciono a me. Alzi gli occhi al cielo, muovendo la testa al ritmo della musica e rimani senza fiato; uno spettacolo straordinario dinnanzi e ti senti così piccolo. Ho sempre pensato al “piccolo”, come un aggettivo di poco conto, quasi insignificante. Qualcuno però, tempo fa, ha già parlato dell'infinitamente piccolo, ed io non l'avevo mai del tutto compreso. Certo mi affascinava quell'unione di parole: INFINITAMENTE PICCOLO. Quasi un ossimoro che mi faceva sorridere. Cosa può esserci di infinito nel piccolo? E cosa può fare in questo infinito spazio che è l'universo un piccolo? Le risposte alle mie domande, forse idiote, le ho trovate nella musica durante quel concerto. Io ero seduta in prima fila, sul palco si esibiva un insolito gruppo musicale i L.D.V. La scenografia era strepitosa, non ho mai visto nulla di simile. Un continuum tra la terra e il cielo dove ognuno si scambiava con sincronismo perfetto le parti. Una piccola goccia di pioggia scendeva per cadere nel mare, che per nulla avaro la ridonava al cielo. La notte cedeva il passo al giorno e il giorno, a sua volta, salutava la notte con un sorriso aperto e luminoso, per poi ricambiarsi i favori. Una piccola foglia era il dono d'amore della pianta alla terra, che non voleva essere avida e ridonava le foglie alla pianta. Un piccolissimo seme cadeva in terra e moriva, ma da quello stesso solco lasciato germogliava la vita. Su queste note straordinarie, ad un certo punto ho desiderato ardentemente poter far parte di questa sinfonia. Io, così piccola e insignificante, avrei potuto donare qualcosa per poi ricevere altro. Il concerto è terminato ed io sono tornata a casa, senza però rinunciare a quel desiderio nato durante il concerto dei L.D.V.

Il giorno dopo hanno suonato al citofono, era il vicino di casa. Ho sorriso e ho detto sì, senza pensare troppo. Senza quei forse e ma, che altro non sono che note stonate del concerto d'armonia che è la Legge Della Vita: l'amore.

Adesso mi occupo di un piccolo, non solo di statura, perché i genitori lavorano tutto il giorno. Non è facile tirare avanti quando si deve pagare un mutuo, non è nemmeno una bella notizia scoprire di essere rimasta incinta. Un piccolo da crescere, richiede tempo, fatica e dedizione. Quanto può essere difficile, a volte, decidere in favore della vita. Quanto è difficile per noi, così presi dalle cose materiali, non tradire quell'unica legge. Sorrido, pensando che la signora non ha tradito nulla, si è semplicemente affidata come fa la foglia. Mi passa il piccolo tra le braccia e aggiunge :- Torno a prenderlo quando finisco di lavorare!-.

Un bacio sulla fronte al nano, io sorrido...

Che bello comincia il concerto ed io ne faccio parte!!!


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