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STRANIERA A SE STESSA
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Il giorno dopo hanno suonato al citofono, era il vicino di casa. Ho sorriso e ho detto sì, senza pensare troppo. Senza quei forse e ma, che altro non sono che note stonate del concerto d'armonia che è la Legge Della Vita: l'amore.
Adesso mi occupo di un piccolo, non solo di statura, perché i genitori lavorano tutto il giorno. Non è facile tirare avanti quando si deve pagare un mutuo, non è nemmeno una bella notizia scoprire di essere rimasta incinta. Un piccolo da crescere, richiede tempo, fatica e dedizione. Quanto può essere difficile, a volte, decidere in favore della vita. Quanto è difficile per noi, così presi dalle cose materiali, non tradire quell'unica legge. Sorrido, pensando che la signora non ha tradito nulla, si è semplicemente affidata come fa la foglia. Mi passa il piccolo tra le braccia e aggiunge :- Torno a prenderlo quando finisco di lavorare!-.
Un bacio sulla fronte al nano, io sorrido...
Che bello comincia il concerto ed io ne faccio parte!!!
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La sala d'attesa della clinica dermatologica era gremita di persone che pazientemente attendevano il loro turno. I medici e i paramedici si muovevano frenetici tra i corridoi; all'angolo un grande albero di Natale decorato con luci e palline multicolori, era l'attrazione dei piccoli pazienti. Chiusi gli occhi, mentre ero seduta su quella sedia scomoda in attesa di essere chiamata e mi addormentai.
Che strano. Avevo la sensazione di trovarmi in un posto famigliare. Un luogo che ben conoscevo. Mi guardai attorno cercando qualcosa che fungesse da indizio al ricordo. Tutto era bianco e candido, faceva freddo e nevicava. Lontano da dove mi trovavo, c'era una grande tavola imbandita, la tovaglia rossa copriva persino i piedi del tavolo. Attorno diverse persone, consumavano felici un pranzo ricco e abbondante. Sorrisi, risate facevano da contorno a quell'immagine perfetta. I bambini giocavano ed erano particolarmente euforici. Parlavano di una giornata magica, il Natale.
All'improvviso mi resi conto di trovarmi nella mia testa. Una parte di mente in cui, tra i vecchi ricordi, cercavo di ritrovare qualcosa che avevo perso. Quelle persone le riconoscevo, era la mia famiglia. Quella gioia, quei profumi e quei sorrisi erano ciò che caratterizzava il periodo delle feste, quando ero piccina. Il natale, adesso nella mia vita ,era semplicemente diventato un giorno come gli altri. Da quando ero diventata “adulta” avevo smesso di sentire l'odore del Natale. A poco a poco quel profumo che sentivo forte, si era affievolito con il passare del tempo. A mezzanotte in punto, tutti i bambini si alzarono da quel tavolo imbandito. La nonna affidò al più piccolo tra loro la statuetta del bambinello. Le stelle filanti nelle mani di tutti, compresi gli adulti. E la piccola processione che si snodava all'interno della stanza mentre si intonava il Tu Scendi dalle Stelle. Il piccolo con il bambinello tra le mani, divenute per l'occasione culla accogliente e calda, si fermava per permettere a tutti di baciare quel Dio-bambino e a giro finito veniva deposto nella mangiatoia affidato alle cure della sua mamma e del suo papà, al calore di due animali, il bue e l'asinello, divenuti testimoni del miracolo. Poi ci si abbracciava e ci si baciava, scambiandosi gli auguri. I bambini erano ancora agitati. Presto sarebbero andati a dormire, sicuri e certi che l'indomani mattina avrebbero trovato la sorpresa “magica” legata al Natale. Babbo Natale esiste e durante la notte avrebbe viaggiato con la sua slitta trainata dalle renne per portare i regali ai bambini di tutto il mondo. Guardavo da lontano a quelle vecchie emozioni. Le vedevo sbiadite e allo stesso tempo stupide. Eppure c'era stato un tempo in cui il Natale per me era stato magia, amore, gioia, speranza. Dove erano finiti i miei occhi? Nella mia testa esisteva solo un lontano ricordo affievolito del Natale.
La voce dell'infermiere che mi chiamava mi svegliò. Entrai nella medicheria del reparto. Mi sdraiai sulla barella, pronta per il controllo e chiusi nuovamente gli occhi, per non avere paura di quel momento.
Allora Barbara, come va?-, mi domandò il medico mentre toglieva la benda che copriva la ferita.
Bene.- , risposi debolmente tenendo sempre gli occhi chiusi.
Ti farò un po' male, ma non troppo. Cerca di star tranquilla.-, mi informò il medico.
Va bene, dottore.-
Sentivo le sue mani che si muovevano sulla testa. Il fresco del disinfettante. Il lieve bruciore della siringa. Poi il tirare.
All'improvviso sentii uno strano odore. Anzi non strano, la parola giusta era famigliare. Un profumo famigliare. Ne ero certa, risentivo l'odore del Natale. Potevo riconoscerlo.
Ho finito-, disse il medico e poi aggiunse...
- Ho ricucito il Natale!-
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P.S. La bellissima casetta è stata realizzata ancora una volta dalle mani sante di Arte82misia (mia sorella). Notate i particolari riusciti, tra l'altro benissimo, del nasino carotina del pupazzo di neve e la sua sciarpetta... quelle sono opera mia!!! 
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La parola faida trova le sue origini in un passato lontano. Di derivazione tedesca (fehida) si intendeva la possibilità, per un privato, di ottenere soddisfazione per aver subito un torto ricorrendo all'uso della forza.
Il danneggiato aveva il diritto di vendicarsi, e di dare inizio di propria mano a una faida, costringendo in tal modo chi gli aveva procurato un danno a espiare la propria colpa.
Questa è la storia di due amici, piccini, soli 3 anni … pensate a questi due bimbi nel modo più tenero che potete. Pensateli magari, uno biondo e l'altro moro. Occhi azzurri come il cielo terso il primo, occhi neri come la notte più luminosa il secondo. Esile e agile l'uno, cicciottello e un po' goffo l'altro. Forte e debole. Sicuro e timoroso. Strafottente e super educato. Veloce e lento. Allegro e pensieroso. Menefreghista e responsabile. Vivace e timido. Pensate a tutti i contrari che possano esistere in un piccolo villaggio che chiameremo scuola materna e, adesso,incarnateli in questi due piccoli protagonisti. La teoria dei contrari che si attraggono diventa , con loro, un teorema dimostrabile e tangibile.
La storia di due piccoli amici che si compensano l'uno con l'altro. Che rendono i piatti della bilancia perfettamente in equilibrio quando sono insieme.
Poi un bel giorno, in quel villaggio, esce il sole e la maestra decide di portare gli abitanti di quel luogo a svolgere le loro attività all'aperto.
Non si riesce a tenerle ferme queste piccole pesti! Chi corre a destra, chi a sinistra. C'è chi salta sul muretto e chi si diverte con lo scivolo. Chi pensa di essere un nuovo Tarzan arrampicandosi ai poveri “capelli” del salice che comincia a piangere per il dolore.
Ahi, mi fai male!!!- urla il salice piangente mentre il piccolo ride di cuore.
Adesso girati a guarda davanti a te. Eccoli, i nostri protagonisti. Corrono entrambi verso una bellissima automobile di plastica. Rossa come la fiammante Ferrari. Ora facciamo un salto un avanti, non sono più al piccolo villaggio. E' passato un po' di tempo da allora e le cose sono cambiate!
FantaMaestra guarda mi ha fatto la linguaccia!!!-.urla il moro.
FantaMaestra, ma è brutto lui... è marrone. Ha il colore della cacca!!!-.risponde il biondo.
E tu … tu hai il colore della diarrea! Adesso ti do un calcio e ti butto nel mare, così diventi blu come un puffo!-.ribatte l'altro
Embè ??? A me i Puffi mi piacciono!!!-.
FantaMaestra, digli qualcosa !!! Dice che sono scemo!-.
FantaMaestra … FantaMaestra … -.
FantaMaestra si limita ad osservare. Ignora i due piccoli. Fa finta di non essere interessata ai loro screzi, ma presa solo dalla correzione dei loro compiti. Continua ad osservarli di nascosto. E sorride. I due si vogliono un gran bene, ne è sicura. Si cercano di continuo con gli occhi. Si punzecchiano. Vogliono ritrovare quell'equilibrio della bilancia di un tempo. FantaMaestra non conosce il loro passato. Sa solo che hanno frequentato lo stesso, identico villaggio. FantaMaestra pensa che per far recuperare quella vecchia amicizia deve scoprire cosa è accaduto. Quando è cominciata la faida!
Bambini allora ditemi voi vi conoscete da diverso tempo?-, chiede ai piccoli incitandoli a raccontarle della loro “vecchia” e “lontana” vita nel villaggio. E riesce proprio a vederli.
Corrono entrambi verso una bellissima automobile di plastica. Rossa come la fiammante Ferrari. Corrono, corrono, chi arriva per primo giocherà con quel gioiello di giocattolo.
No, non puoi!!! L'ho presa per primo io!-.
Non è vero... e poi io sono più forte di te! -
Ma non è giusto. L'ho presa prima io!!!-.
Chiediamo allora al giudice!!! Accade, ogni tanto, che anche i giudici sbaglino. Uno dei due, non dirò chi, subì una ingiustizia. Fu così che in una giornata di sole, nacque la Faida della macchina rossa. Faida ancora in corso, ma con una buona possibilità di stroncarla adesso che si conoscono le origini.
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C'era una volta,
ogni favola comincia così ...
anche le favole reali!
C'era una volta,
una bambina piccina di nome Gigina!
Era una principessa, ma di finezza, era come una contessa!
Tra coroncine e farfalline saltava felice …
e arrivò il giorno del suo compleanno …
la fatina buona, Arte82Misia, ci mise sei ore ...lavorò tutta la notte con la sua bacchetta magica per realizzare una torta che fosse degna della principessa.
E alla fine ci riuscì …
il giorno della festa, ahimè, la strega cattiva non essendo stata invitata alla gran festa per vendicarsi mangiò in un sol boccone la torta principesca.
Ma Gigina che era una brava bambina, non pianse nemmeno un po', e con cuore generoso un nuovo pezzo di torta le donò!
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SIAMO UNA COPPIA DI ANGIOLETTI, NEVVERO?

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Ho voglia di scrivere di te, senza sapere perché …
Del mio lavoro con te che mi preoccupa e mi fa sentire inadatta e della mia paura di confrontarmi con alcuni “mondi”. Il tuo spesso così lontano dal nostro. Il tuo mondo dove permetti a pochi di entrarci davvero. Quando ti ho visto per la prima volta ho avuto paura, mi hai fatto paura. E pensare che sei solo un bambino, io invece sono adulta: Un grande che ha paura di un piccolo. La notte non ho chiuso occhio, ho pensato di mollarti con una scusa … ho pensato di fuggire.
Poi invece tu mi hai preso la mano e mi hai sorriso invitandomi a salire sulla tua barca. Penso che nulla nella vita accada per caso, penso che il nostro incontro sia stato voluto dal “vento” che ci ha fatto incontrare.
Con te sono costantemente in discussione, con te devo imparare a fare i conti con i miei limiti: la pazienza.
Io che sono incostante per natura, io che mi snervo per niente, io che voglio camminare veloce e spesso in questo procedere a passi sostenuti mi perdo gli spettacoli meravigliosi del sostare.
Ogni giorno mi insegni una cosa nuova. Ogni giorno imparo che ognuno di noi ha dei ritmi diversi. Ogni giorno imparo che la ricchezza di un essere umano non è data dalla somma di “sono capace a … , sono in grado di … “. Abbiamo salpato con l’obiettivo di raggiungere e consolidare quelle piccole e offuscate conoscenze che possiedi : ti piace scrivere in italiano e mi fai sorridere quando lo ribadisci con forza.
Italiano : stampato maiuscolo!
Il corsivo lo detesti, forse perché le letterine giocano a nascondino nella tua testa e non riesci a fare tana!
Così per aiutarti ti ho detto che la b è come una l, ma ha una manina che ti saluta ogni volta che la scrivi e ti dice : - CIAO,CIAO. La d è come la a ma ha una gambetta alta e slanciata che va in alto!, e la q invece in basso … e tu mi hai urlato : FIGOOOO!!!!
Poco meno di un mese, un mese fatto di pomeriggi assieme tra penne, fogli, schede, colori e i tuoi sorrisi e i tuoi occhi che vogliono riscattarsi.
Mi hai insegnato che ci sono parole che diciamo senza pensare, che vengono fuori per abitudine, ma che possono ferire e far male.
Scemo, scema, non l’ho mai detto a te! Lo dico a me, e tu ti arrabbi e diventi triste quando la senti. E penso che te l’abbiano detta tante volte, ma così tante volte che quella parola ti ha un po’ tagliuzzato il cuore. Non permetti a nessuno di abbracciarti, ma ieri quando mi hai fatto lo scherzetto, alla fine hai voluto quel contatto.
Avevo paura di te, quando ti ho visto per la prima volta, adesso invece …
Con te in alto mare, meta la tua Isola!
Grazie per avermi scelta.
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