L' IDIOT@
"All'improvviso, in mezzo alla tristezza, alla tenebra e all'oppressione spirituale, appariva un lampo di luce nella sua mente...La sua mente e il suo cuore s'inondavano di luce straordinaria....Ma quei lampi erano soltanto il preludio del momento in cui incominciava l'attacco". da L'Idiota di Dostoevskij


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STRANIERA A SE STESSA



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TITOLO: STRANIERA A SE STESSA
AUTORE: BARBARA ARDITO
CODICE ISBN:978-88-6281-023-4
EDITORE:Altromondo Editore
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lunedì, 07 settembre 2009





Ieri ero qui...

giovedì, 17 aprile 2008

L’accesero e i loro visi illuminati dalla fiamma ballerina ripresero a sorridere. Il buio non li avrebbe fermati….

 

« Fermi!», intimò improvvisa una voce proveniente da una delle due stanze del piano superiore. Il cuore in gola per lo spavento e il corpo irrigidito dalla paura bloccava i bambini sulle scale che non osavano muoversi. Matteo si girò indietro a guardare i volti terrorizzati dei suoi amici che lo seguivano in fila indiana su per quella lunga scala di pietra. Le mani sulle pareti e fili di luce sottili entravano dalle feritoie laterali; il tubare dei piccioni che in quei buchi avevano costruito le loro abitazioni di rami secchi e  lo sbatter d’ali improvviso face saltare nel petto il cuore dei bambini.

«Non fate gli scemi», la voce tremante di Matteo che si rivolgeva ai suoi amici come per supplicarli di confessare lo stupido scherzo appena fatto.

«Non siamo stati noi a parlare!», rispose Martina distruggendo in un attimo la speranza e l’illusione.

Chi aveva parlato? Di chi era quella voce?

Si guardarono ancora negli occhi e senza dire nulla, spinti solo da quella curiosità che non si ferma di fronte a niente, nemmeno alla paura, avanzarono salendo un nuovo gradino.

«Fermi, non muovetevi! Non abbiate paura, non voglio farvi del male…», ancora quella voce.

« Chi sei? », la domanda diretta di Matteo.

Nessuna risposta. Silenzio. Poi improvvisamente…

“Ascolta le mie crepe, ascolta le mie rughe, ascoltami!”.

 

Una nuova voce,questa volta diversa dalla precedente chiedeva ai bambini di ascoltare. Di restare in silenzio per poter far rivivere i suoni nelle parole della storia. Le pietre parlano, e per poterle ascoltare è necessario avere cuori semplici, avere orecchie attente…

I bambini capirono che prima di poter salire per vedere e conoscere la padrona della Torre avrebbero dovuto ascoltarne le pietre. Avrebbero dovuto conoscerne la loro storia.

La larga caditoia centrale, rispetto alle due feritoie laterali, cominciò a dilatarsi. Le pietre, a poco a poco, cambiarono colore, il grigio cedette il posto al bianco brillante. Era il risveglio, dopo un lunghissimo sonno, durato secoli. Quel buco, che un tempo serviva a gettare olio bollente per difendersi in caso di attacco,adesso assumeva la forma di una enorme bocca che si spalancava in un lungo sbadiglio. La feritoia, appena sopra di essa, un naso le cui narici si allargano permettendo all’aria, ricca di ossigeno, di entrare nel profondo di ogni cellula nutrendola di linfa vitale. La caditoia, trasformatasi in una bocca riusciva ad emettere suoni umani e comprensibili. Al suo interno la grossa ugola, un nido tondeggiante come una rosa, era sospeso dal filo sottile ma resistente di una ragnatela, che come la pelle tirata di un tamburo faceva vibrare i suoni emessi dalle pietre parlanti; e il piccolo ragno a muovere quell’ugola insolita, come un esperto burattinaio che riesce a dar vita e voce a fantocci inanimati, muovendone in abili gesti i fili sospesi.

I bambini non avevano più paura, erano rapiti dalla bellezza e dalla magia che li stava avvolgendo. Sedettero così sulle scale, chiudendo gli occhi e attendendo con pazienza che la voce parlasse ancora.

 

«Sono una vecchia “signora”, sono nata nel lontano 1573 e nonostante gli anni sono ancora in un ottimo stato.  E’ evidente che le pietre usate dal maestro Cesare Schiero di Lecce, che si aggiudicò l’appalto durante l’asta tenutasi a Monopoli nel 1568, erano di buona fattura…» disse la voce con tono allegro e poi riprese a raccontare…

« Sono stata costruita perché  in seguito al  trattato di Chateau Cambresis , nel 1559, che consegnava la Puglia alla famiglia Aragona di Spagna, furono costruite lungo tutta la costa una serie di torri d’avvistamento per contrastare le incursioni dei saraceni. Erano tempi duri e difficili per la gente che abitava in questi posti! Fu proprio il  Vicerè spagnolo, Parafan de Ribera,  a ordinare la mia costruzione,assieme a quella di tutte le altre, non appena si insediò nella capitale del viceregno, Napoli. Pensate che solo nella terra di Bari, nel tratto che va da Barletta a Fasano, furono costruite le torri d’ Ofanto, S. Spirito, Carnosa, Pelosa, porta dello Specchio, cala S. Stefano, cala di Cintolo, testa di Canni. Fu imposta una tassa a tutti i “fuochi” (famiglie) del Mezzogiorno che avrebbe dovuto coprire la spesa complessiva della costruzione delle torri, ma terminati i fondi e cessata la tassazione nel 1570, si dovette ricorrere ad una nuova imposizione fiscale solo per le torri Pelosa e Carnosa.

Ah, dimenticavo di dirvelo… io mi chiamo Torre Pelosa! ».

 Che buffo nome da dare a una torre...ma in ogni nome è racchiusa una storia, ogni nome è legato a un luogo, a un posto, a una terra. Un nome che  lega  indissolubilmente, in una specie di rituale sponsale, due realtà distinte. Un semplice nome racchiude in sé giri vorticosi di gomitoli danzanti al ritmo andante del Tempo; e in questo danzare la storia diventa Storia. E spesso le storie vengono dimenticate se si smette di raccontarle, se si smette di ascoltarle…

«Non credete a tutte le voci che sentite in giro» continuò nel suo raccontarsi, «non c’è mai stata nessuna donna pelosa a vivere tra le mie mura, il mio nome è legato alla terra, a questa terra, sono figlia di questo luogo e ne ho preso il suo nome. »

«Ma questo posto non si chiama Pelosa, ma …», l’osservazione acuta di Martina fu subito interrotta....

continua

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sabato, 12 aprile 2008


Il grande portone di legno si lasciò scivolare sul pavimento aprendosi al tocco leggero della piccola mano di Matteo. I bambini si guardarono negli occhi, adesso un po’ intimoriti, percependo che quella era una situazione insolita. Chi aveva aperto la Torre?

«Lo sapevo, non siamo stati noi i primi ad esplorare la vecchia torre, chissà quanti ragazzi ci vengono a bere o a fumare di nascosto!».

Matteo il perspicace, il furbo, il bambino scaltro.

«Io però non vedo nessun mozzicone…e non ci sono nemmeno lattine o bottiglie in giro…tutto è perfettamente pulito», replicò Martina.

Francesca adesso era appiccicata a Marco che le faceva da scudo, per proteggerla in caso di pericolo.

Martina e Matteo guardarono i loro amici.

I raggi del sole che cominciava a calare per lasciare spazio alla sera, lasciavano intravedere l’interno della grande sala del primo piano. Completamente vuota, il pavimento, chianche di pietra liscia, consumato dal tempo. Con il cuore in gola, i piccoli entrarono nella torre, in completo silenzio, senza far rumore, tenendosi,ora, tutti e 4 per mano a farsi coraggio. Anche il vivace e impavido Matteo sembrava avesse perso la lingua.

« Se volete possiamo tornare indietro», le  parole lasciavano intravedere ai suoi amici la grande paura che cominciava a prendere il sopravvento.

«Torniamo a casa…», la voce decisa di Martina che trovò appoggio nei visi risollevati dei suoi amici.

Ancora con le mani unite si girarono su se stessi per fare marcia indietro e tornare di corsa verso il centro abitato del paese.

Una folata di vento improvvisa e il tonfo rumoroso del portone che sigillava il passato e il futuro nel presente buio silenzioso delle pietre.

Lo avevano visto richiudersi senza riuscire a fermare in tempo quella sua corsa che li avrebbe tenuti “prigionieri”.

Sui loro visi la paura, e allo stesso tempo la preoccupazione di ciò che li aspettava a casa una volta superata quella bravata.

Tutti guardarono in faccia Matteo aspettavano da lui un cenno, un’idea che potesse tirarli fuori da quell’impiccio.

«Non ci sono streghe qui… lo sapete vero? L’unica grande mia preoccupazione riguarda la punizione che ci aspetta a casa una volta che ci trovano …quindi ci conviene vedere se esiste una via d’uscita…», così tagliò corto Matteo che cominciò a salire le scale che portavano al piano superiore.

 Senza lagnarsi Martina, Francesca e Marco seguirono in rispettoso silenzio il loro compagno, sperando in fondo al cuore che potesse davvero trovare una via di fuga attraverso quelle scale che conducevano al piano superiore. Intanto il buio pesto avrebbe di lì a poco preso il posto della luce che diventava sempre più fioca a causa del tramonto. Matteo con un gesto improvviso e il volto illuminato si girò verso i suoi compagni, mostrando loro un piccolo oggetto. Dalle tasche dei pantaloni aveva  sfilato, come per magia, un accendino di plastica.

« E questo da dove salta fuori?», la voce sorpresa di Martina riecheggiò nella stanza.

« Fumo di nascosto», la risposta secca di Matteo. Francesco aveva ancora con sé il bastone di legno, un ramo secco raccolto prima mentre correvano verso la torre, i bambini lo guardarono sorridendo. Martina senza proferire parola sollevò la gonna tirandone con tutta la sua forza il bordo e riuscendo in questo modo a stracciarne un pezzo e Francesca con un gesto rapido sciolse i suoi lunghi capelli che teneva raccolti con un elastico in una grande coda. Unirono in un nuovo gioco i 4 oggetti recuperati fortuitamente e riuscirono a fabbricarne una torcia.

L’accesero e i loro visi illuminati dalla fiamma ballerina ripresero a sorridere. Il buio non li avrebbe fermati….

BUONA DOMENICA

giovedì, 10 aprile 2008

le pietre parlano

Adesso erano tutti e 4 ai piedi della grande Torre che solitaria si ergeva tra le cale e le tante insenature marine che rendevano il paesaggio ancora più suggestivo. Di fronte ad essa ad ammirarla in ogni tempo senza mai stancarsi il mare. La natura, quasi incontaminata, con le poche sterpaglie che crescevano sugli scogli e i gabbiani che volavano liberi sul mare in cerca di cibo. Erano soli i 4 bambini, le loro voci cominciarono a espandersi in un luogo dominato dal silenzio, quasi a volerlo rompere una volta per tutte. Le loro mani su quelle pietre vive, quasi ad accarezzarle piano per paura di far male. Troppe mani lo avevano già fatto. Scritte colorate di rosso e nero spray erano state le uniche carezze che la vecchia Torre aveva subito nei tempi recenti da chi le si era accostato, avvicinato. Sotto il grande arco nell’angolo nascosto, un acquitrino di piscio di chi spesso aveva usato quel posto come bagno pubblico. Un odore acre, sgradevole.

« Che puzza!!!, dai andiamo via!», urlò Francesca che cominciava davvero ad aver paura di quel posto.

« Matteo, qui è troppo lontano da casa, se lo sa la mamma si arrabbierà!», continuò Martina.

Anche  Marco avrebbe in realtà preferito correre indietro e tornare alla piazzetta a giocare, ma il suo ruolo di maschio non poteva essere compromesso da una paura tipica delle femmine.

«Non ti facevo così fifona, Martina!», disse Matteo.

Matteo e Marco si guardarono e con un gesto d’intesa cominciarono a salire su per scale decisi a scavalcare il vecchio cancello di ferro, attraversare il piccolo ponte di legno, e provare così  a forzare il portone per entrare all’interno della torre.

Le due bambine si guardarono anch’esse, non potevano non accoglierla quella sfida. Così si fecero forza, tirarono su un bel respiro profondo e iniziarono a salire la scala.

Il primo ad arrampicarsi sulla cancellata di ferro fu Matteo, decisero  poi che avrebbero fatto salire le ragazze così che  sia Marco da una parte che Matteo dall’altra avrebbero potuto aiutarle a scavalcare quell’ammasso di ferro. Senza non poca difficoltà si ritrovarono sul terrazzino che era collegato alla torre dal ponte di legno. Soddisfatti della loro operazione e decisi a voler entrare nella vecchia torre si diressero verso il portone d’ingresso.

«Mi domando come faremo ad aprire quel portone!», esclamò Francesca.

Una risata, un urlo di gioia!

«E’ aperto!!!», la voce alta di Matteo.

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QUANDO UN AMICO CHIAMA FANTABARBARA RISPONDE!!!! MI E' STATO CHIESTO DA UN MIO CARISSIMO AMICO, JOHN MARY, DI DIVULGARE QUESTO VOLANTINO, VUOLE CREARE UN GRUPPO DI PERCUSSIONISTI E LUI E' DAVVERO BRAVISSIMO, CHI E' INTERESSATO PUO' SCRIVERGLI UNA MAIL E CHIEDERE INFORMAZIONI PIU' DETTAGLIATE!




Per chi è interessato all'apprendimento dei ritmi di percussioni Africane e altro, con lo scopo di creare un gruppo di percussionisti, puo' mandare una mail al seguente indirizzo:

mrybwle@hotmail.com

 

La partecipazione è gratuita e aperta anche a chi non ha esperienza musicale ed a chi non ha mai tentato di suonare un tamburo, basta l'interesse e la voglia di imparare (chi ha un tamburo può portarlo).

giovedì, 03 aprile 2008

“Dai Martina muoviti!!!”, urlò Matteo mentre correvano per raggiungere la vecchia Torre.

 

 

I piedi si alternavano in passi veloci, il corpo proteso in avanti e il respiro affannoso,un senso di libertà profonda e di vitalità la corsa veloce dei fanciulli verso un futuro ancora poco chiaro. Pietra ormai dimenticata, intermittenza interrotta del tempo che fu, lenta a ritroso indietro negli anni, nei secoli la corsa di lancette invisibili di un orologio ormai rotto, immobili e solitarie.

Meccanismi inceppati dove il tempo si ferma, dove sosta sperando di non finire in sempre nuovi cimiteri custodi di memorie storiche trattate come relitti, rottami di poco conto. Volti rugosi, tristi e sguardi spenti quelli di vecchi lasciati in comode e lussuose case di cura, perché non più produttivi per questo mondo che corre veloce. Seduti in poltrone confortevoli aspettando la fine del tempo. La fine del loro tempo.

Crepe sulle pietre che sanno ancora parlare, come le rughe degli anziani sui cui visi è incisa la memoria, la storia, la corsa vitale di antichi fanciulli.

 

“Ascolta le mie crepe, ascolta le mie rughe, Martina ascoltami!”.

 

Martina correva con i suoi piccoli ma forti e giovani piedi incontro al futuro della vita,Martina volava verso un punto della storia restato quasi immutato dal passare dei secoli. Custode del tempo senza fine, la vide...

torre1 (9)

 

 La Torre costiera con le sue mura simili a quelle dei castelli cinquecenteschi, strutturata con un piano terra massiccio, forte per resistere ad eventuali colpi di cannone. Un accesso lato terra, solo dal primo piano, tramite un ponte levatoio che lo univa alla rampa di scale esterna e distanziata. All’interno una sola grande stanza con scala a pioli per salire sul terrazzo. La parete di fronte al mare completamente cieca, sul lato opposto le due finestre. Dal terrazzo si osservava la costa e si inviavano segnali, inoltre era possibile controllare l’accesso alla torre attraverso tre caditoie, usate anche per colpire gli assalitori, manovrare il ponte levatoio e osservare il circondato attraverso 4 feritoie.

Torre Pelosa, questo era il suo nome ufficiale. Alta e bella, una antica signora nata nel lontano 1500....

continua

giovedì, 27 marzo 2008


Era un pomeriggio caldo quello che stavano vivendo, il sole ancora brillava nel cielo azzurro, quasi a non voler andare a dormire. La tv accesa, Martina sul divano a guardare i cartoni e Giovanna a stirare i panni tra i fumi di vapore.

Martina un po’ incantata rapita dai suoi pensieri, era corsa a nascondersi lì in fondo alla sua mente. Un mondo suo, bello e luminoso, dove ogni cosa riusciva ad apparire piena di senso, dove tutto sapeva parlare e aveva una voce. Dove non vi era differenza tra ciò che si può toccare e ciò che è etereo, invisibile a chi non è capace di guardare oltre. Quel mondo dove, nessuno lo sapeva nemmeno la sua mamma, riusciva a incontrare il suo papà. Dove lui la aspettava ogni qual volta Martina aveva bisogno di abbracci, di mani forti e di occhi azzurri intensi come i suoi. Gli stessi che aveva ereditato da Luca.

Un posto fatto di lunghi dialoghi con il suo papà, seduti uno di fronte all’altra a raccontarsi. Parlare al suo bellissimo e sempre giovane papà del suo piccolo mondo, delle sue giornate trascorse a scuola, dei suoi amici, delle litigate con la mamma e di  come è bello poi però fare la pace…

«Sì, perché sai papà la mamma poi quando si calma mi viene sempre vicino e comincia a farmi il solletico sulla pancia, ed io non voglio ridere perché sono sempre arrabbiata con lei, ma alla fine non ce la faccio a trattenermi e scoppio a ridere forte e poi ci abbracciamo e lei mi stritola di bene…lo faceva anche con te vero papà?».

Vero Martina, lo faceva anche con il tuo papà…

«Che hai Martina? A cosa pensi?», le chiese Luca guardandola intensamente negli occhi.

« Pensavo al gomitolo di lana e alla lezione di storia della maestra Teresa. Oggi a scuola ci ha spiegato che il Tempo, la storia è come un gomitolo di lana…lo si lavora piano piano e si sgroviglia…». Luca le sorrise e…

 

“Signora Giovanna, Martina può uscire a giocare?”, improvvisa la voce di Matteo che urlava dalla strada e che riportò la piccola lì sul divano. Martina guardò la sua mamma in attesa di quel permesso che l’avrebbe portata fuori a saltare e correre con i suoi amici. Permesso accordato. “Non fare tardi Martina, e stai attenta!”, sorrise la mamma.

Adesso erano riuniti sul muretto che circondava la piazza del paese, i giardini con le giostrine affollate per la bella giornata di sole autunnale.

“Che facciamo?”, chiese Marco. “Cosa vuoi fare? Giochiamo a palla!”, rispose Francesca.

Matteo guardò i suoi 3 amici e sorrise. Conoscevano bene quello sguardo e quel sorriso, era indice di qualche trovata geniale o semplicemente attraente.

“Che stai pensando?”, chiese Martina.

“Ragazzi ho un’idea grandiosa! Perché non andiamo a giocare alla vecchia Torre? Possiamo cercare il tesoro nascosto. I grandi ne parlano sempre.”

“Sì, ma parlano anche del fatto che è pericoloso…la nonna raccontava che nella vecchia Torre vi abitasse una strega cattiva!”. I bambini parlavano della Torre medioevale abbandonata da tempo. Bene prezioso dal punto di vista storico  come tutte le “cose”antiche di un certo valore culturale, ma che spesso vengono dimenticate da chi avventatamente non sa amministrarle. La Torre, per i più, era semplicemente un insieme di pietre, tufi di poco conto. Col passare del tempo era diventata riparo solo per  i poveri passeri, che riuscivano a trovare rifugio tra le antiche feritoie.

Chiusa da anni con un enorme cancello di ferro, che come un pugno in un occhio,cozzava con la pietra viva di cui era fatta.

 Quella pietra invece, aveva ancora voglia di parlare, di raccontare e far sapere la sua Storia.

“Dai Martina muoviti!!!”, urlò Matteo mentre correvano per raggiungere la vecchia Torre.

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giovedì, 20 marzo 2008


VERSO CASA

Teresa  nella sua auto pensava alla giornata di lavoro appena trascorsa. Nella mente riguardava ogni volto dei suoi bambini. Gli alunni erano i suoi figli. Erano anni che Teresa provava ad averne uno tutto suo. Roberto suo marito, un uomo sensibile e allo stesso tempo sicuro, era sostegno ogni volta che ci provavano, ogni volta che si recavano alla clinica. Nessuna cura aveva avuto successo. Ne era certa non avrebbe mai potuto essere madre, non avrebbe mai potuto sentire la vita crescere dentro di lei. “Tutto inizia sempre con una nascita!”,lo aveva detto lei stessa ai suoi bambini durante la lezione di storia. Lei non avrebbe certamente potuto far nascere un figlio. Il sole accecante la invase in quei suoi pensieri oscuri, il raggio riflesso dal finestrino della vettura quasi la perforò fin dentro al cuore, donandole calore, quel calore che inaspettato molto volte è toccasana per l’anima. Si guardò nello specchietto retrovisore e sorrise. Essere madre,  si può esserlo in tanti modi. Lei lo sapeva.

Matteo e i suoi denti caduti, che birbante. Che occhi curiosi e che sguardo intelligente. Ultimo di tre figli, tutti maschi. Una famiglia normale, il papà impiegato e la mamma casalinga. La vitalità di Matteo era spesso contagiosa, nella classe era sempre lui a prendere l’iniziativa per ogni cosa. Era lui che organizzava i giochi per i suoi compagni, era lui che sapeva far ridere, era lui così buffo e allo stesso tempo dolce. Lui generoso che senza risparmiare Tempo si era mosso dal suo posto per regalare l’ennesimo sorriso sdentato, sapendo di far nascere un sorriso sul volto di Martina.

Martina capelli lunghi e lisci, dorati, gli occhi chiari. Seduta al tavolo in cucina, di fronte a lei la sua mamma, Giovanna. Un piatto di pasta asciutta calda. Giovanna amava Martina in modo speciale. Certo era la sua mamma e ogni mamma ama il suo figlio. Ma per Giovanna era qualcosa che andava oltre quell’amore. Martina rappresentava l’unico segno tangibile del suo amore con Luca. Era una donna  giovane Giovanna, soli 30 anni. Bella e attraente,ma  sola. Luca e Giovanna si conobbero  circa dieci anni prima. Dieci anni, il Tempo passa velocemente a volte, o forse è sempre tutto molto relativo. A Giovanna certamente sembrava non passasse mai da quando Luca l’aveva lasciata. Erano giovani, molto giovani e innamorati. Quanti sogni e progetti da realizzare assieme. E abbracciati sognavano una casa bella e grande e tanti bambini. Vivere per loro, del loro amore e dopo una giornata tra mille cose da sbrigare, mettersi a letto e amarsi, fare l’amore e restare abbracciati per accogliere un nuovo giorno.  Un rumore brusco, uno specchio che cade per terra e si rompe sparpagliando così i sogni. Giovanna rimase incinta di Martina, i preparativi per le nozze ormai imminenti, era solo un anticipare qualcosa che comunque sarebbe accaduto, magari tra un paio d’anni. Felici entrambi per quell’evento, felici ...

Luca sempre più in affanno, ogni giorno la stanchezza lo sfiancava. Sarà lo stress per i preparativi: la cerimonia, la sala, gli invitati, le bomboniere…le lotte contro i genitori per avere un matrimonio a misura d’uomo e uscire un po’ da quegli schemi rigidi di chi vuole le cose sempre e solo in pompa magna, dando poco importanza alla loro essenza. “Niente bomboniere i soldi che non spendiamo per quei cosi che poi tutti buttano nella spazzatura, li devolviamo a un’associazione che si occupa di bambini meno fortunati. La nostra bambina, che tra un po’ potremo abbracciare, sarà amata ci sono invece…”, Luca per terra, privo di sensi, la corsa in ospedale, i medici, la diagnosi…

Due mesi di vita! Gli restano solo due mesi di vita! Luca non ha mai conosciuto Martina, Martina non ha mai conosciuto il suo papà.

 

Sul gomitolo della vita spesso si registrano eventi poco felici. Il gomitolo del Tempo a volte lo si vorrebbe seppellire, lo si vorrebbe cancellare. Il gomitolo della vita certe volte si spezza oppure finisce, termina la matassa.

 

“La matassa non finisce, cambia solo forma…non finisce nulla, il Tempo continua a scorrere e a vivere in altre forme, in altri modi…il gomitolo non termina…

Martina lavoralo quel gomitolo, con un punto «dritto» e un «rovescio»…”.



 

BUONA PASQUA A TUTTI!