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Quando vivo, le parole si nascondono. Spariscono, si allontanano dal mio cuore lasciandomi sola con la vita. A volte penso che siano delle amanti gelose e possessive. Abbraccio: eccola una di quelle parole invisibili. La scrivo, ma non la sento saltare nella mia anima. Mi osserva con occhi indifferenti, posizionati all'altezza delle due c e resta in silenzio. Poi mi volto, e guardo da un'altra parte. All'improvviso mi compare la parola bacio. Sorrido, perché il bacio è sempre stato appariscente, lo si nota. Ci avete mai fatto caso? Provate a guardare i contorni, il disegno che le singole lettere tracciano formando l'intera parola; non somiglia forse a delle labbra? Morbide, umide, dolci. Quando non vivo, le mie parole vengono ad abitare nella mia casa. Sono le mie uniche compagne che sanno farmi ridere e piangere. Si lasciano leggere e parlano con il silenzio dei miei pensieri, fecondandolo. Le trovo ovunque, in ogni pagina del libro della mia non vita. All'inizio sono distanti e fredde, poi piano piano, mi diventano familiari e si lasciano amare. Leggere, scrivere, amare. Tre azioni correlate. Quando ero più giovane, associavo l'amare con il vivere e così, i tre verbi, diventavano quattro. Crescendo, sono diventata un po' più vile, e ho deciso di eliminare gli ultimi due: Amare e vivere. Leggere e scrivere, nel corso degli anni, sono stati così generosi nei miei confronti da non farmi sentire la mancanza degli altri due. Per molto tempo mi sono illusa che una non vita, vissuta sulle pagine bianche, potesse essere altrettanto gratificante. Ho costretto il mio cuore a credere che l'amore non fosse poi così determinante per condurre un'esistenza piena. “Che m'importa del vivere? Che m'importa dell'amare? Mi basta solo leggere e scrivere!”. L'ho pensato con convinzione mentre danzavo con le mie parole.
Un giorno, però, è accaduta una cosa insolita: ero immersa nel mio più grande piacere; le parole scorrevano veloci, per poi fermarsi un po', giusto il tempo di un saluto che ricambiavo generosamente sorridendo a tutte. All'improvviso una di loro, un sostantivo maschile, palloncino si è fermato e mi ha teso la mano, invitandomi a seguirlo. Senza esitare l'ho afferrata e, insieme, abbiamo cominciato a salire su nel cielo, fino a quando abbiamo raggiunto la nuvola più bianca e morbida presente in quello spazio esageratamente grande. Mi sono seduta e ho guardato di sotto: tutto così minuscolo e colorato, ma armonico e perfetto nella sua imperfezione di mondo. Una sensazione di unione e benessere mi ha pervasa e ho desiderato poter condividere con qualcuno quella straordinaria gioia. Non ho potuto farlo, perché avevo scacciato amare e vivere. Leggere, scrivere, per me, era diventata la condizione di un essere umano solo con i suoi pensieri. E la tristezza mi ha avvolta facendomi cadere di sotto. Il risveglio è stato devastante: i baci non erano più umidi di passione, gli abbracci erano fredde lame di ghiaccio che mi tagliavano la pelle.
“Leggere, scrivere, amare, vivere”. Quattro azioni correlate. Quattro sinonimi che hanno bisogno l'un dell'altro per completarsi.
Adesso so che quando vivo le parole non si nascondono, non scappano... Sono tutte lì. Attendono solo di passare sulle labbra, per avere anch'esse un corpo fatto di voce, suono, timbro, ritmo. Semplicemente vogliono uscire dalle pagine bianche della non vita, passando attraverso il mio corpo e giungere nel tuo.
Guardo la nostra fotografia, quella che abbiamo fatto la prima volta che ci siamo amati: nudi e distesi sul letto della vita a leggere l'uno per l'altra.
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-Come nascono le tue favole, nonna?
Sorrisi ai suoi occhioni curiosi e una lacrima cadde giù, ma era talmente titubante che la mia piccola nipotina non ci fece caso.
Le favole, bambina mia, nascono quando vogliamo trasformare una piccola lacrima timida in un prezioso cristallo! E' il cammino della lacrima per diventare caleidoscopio, dove immagini multicolori prendono vita per riscaldare il cuore.
C'era una volta,
una donna che desiderava amare ed essere amata. Dopo tanto dolore, finalmente in una serata di fine estate, nonostante il vento forte del maestrale, il mare arrabbiato e la salsedine,il suo cuore trovò un posto in cui riposare sereno; e furono baci e carezze al chiarore della Luna che dall'alto del cielo sorrideva ai due innamorati.
La musica del vento cullava nella notte i corpi dei giovani amanti che sognavano e giocavano con tutto ciò che li circondava. All'improvviso la donna disse:- Guarda, mio bene, sulla luna c'è un coniglietto che lavora in cucina. Pesta erbe nel suo piccolo mortaio di legno!
Tesoro, io non lo vedo, rispose l'uomo e la trascinò verso di sé per distrarla da quello che il suo animo razionale e freddo aveva definito come una semplice pareidolia.
Accade che qualche giorno più in là, la giovane donna si ritrovò nuovamente sola; ancora una volta qualcuno si era preso gioco del suo cuore e pianse, pianse per molte notti fino a quando, una sera, non potendone più delle lacrime decise di andar a trovare la luna, che da sempre era stata la sua amica del cuore. Così si mise comoda comoda, sdraiandosi su un lettino da mare e la salutò.
La luna sembrò non risponderle e divenne sempre più triste.
Perché piangi?, domandò d'improvviso una voce.
Aprì gli occhi e cominciò a strofinarsi le palpebre, come a voler asciugare gli occhi dalle lacrime che non le permettevano di guardare bene.
Ciao, sei tu!, disse rivolgendosi al coniglio che qualche sera prima aveva visto sulla luna.
Sì e non sono una pareidolia come ti ha detto quel tizio. Sono il Coniglio lunare se vuoi ti racconto la mia storia.
La donna, sorrise e fece cenno di sì con il capo.
“Era un giorno di primavera quando l'incontrai. Correvo spensierato nei prati con i miei amici: una scimmia e una volpe. Ci divertivamo molto assieme. Tra l'erba e i fiori, d'improvviso, scorgemmo un mendicante senza più forze.
Ho fame, ci disse.
Subito allora i miei amici si misero all'opera. La scimmia si arrampicò sugli alberi per donargli i frutti raccolti, la volpe riuscì a cacciare un uccello. Io, invece, nonostante gli sforzi non riuscii a trovare nulla da poter donare a quel povero mendicante. Così quando giunse la sera, chiesi ai miei amici di aiutarmi a trovare arbusti per preparare un bel fuocherello. Quando fu pronto, non esitai. Fu un pensiero veloce, di quelli che si concretizzano immediatamente. Sorrisi e, rivolgendomi al mendicante,dissi:
Per te!, e mi gettai tra le fiamme offrendo così la mia stessa carne.
Quel gesto commosse il mendicante che a quel punto rivelò la sua natura: era una divinità, era la Luna stessa, che scesa sulla terra per vedere da vicino questo meraviglioso posto si era mascherata da viandante. La Luna, prese il mio corpo senza vita, lo baciò e lo portò con sé, imprimendone l'immagine sulla superficie della Luna stessa, perché tutti potessero ricordarsi di me e del mio sacrificio.”
L'altra sera ti ho vista e sentita. Mi hai riconosciuto e hai notato anche il mio mortaio. Pesto erbe, per farne infusi di vita eterna.
Eccolo il mio regalo per te!
Fu così che il Coniglio Lunare donò il suo magico infuso alla donna triste, che da allora, oltre alla Luna, ha trovato un nuovo amico capace di riscaldarle il cuore quando sale il vento di tramontana a distruggerle i sogni.
N.B. Questa mattina mi sono imbattuta, per caso, nella leggenda Orientale del Coniglio Lunare... ero un po' triste, ma come ho spiegato alla "nipotina" le mie favole, le mie parole sono l'evoluzione naturale delle mie lacrime...che fortuna mia, si trasformano in caleidoscopio regalandomi quei colori che spesso il mondocacca offusca.
Un sorriso per augurarvi una Buona Domenica!
Ah, dimenticavo... ho scoperto che Branduardi ha scritto una canzone (La Lepre nella Luna)ispirata alla leggenda sopra raccontata...cambio musica e ve l'ascoltate anche voi...!

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Se accadesse a me, sarei sola tra bianche lenzuola. Se accadesse a me, nessuna mano forte accarezzerebbe il mio viso con amore. Se accadesse a me resterei con il mio vuoto e null'altro. Se accadesse a me, tornando a casa, ci sarebbe solo silenzio e nessuna voce di bambino mi aiuterebbe a riempire l'anima di parole che sanno di futuro e di sole e di speranza. Se accadesse a me, quel vuoto lasciato nel mio ventre resterebbe buio e oscuro. Se accadesse a me … non avrei la tua forza e lascerei al tempo il compito di cancellarmi.

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Sei tornato a bussare alla porta del mio cuore, dopo che ti avevo detto che avresti dovuto lasciarmi in pace. Dopo che ti avevo intimato di dimenticarti di me. Dopo averti allontanato e rotto ogni rapporto con te. Mi sono trincerata. Ho comprato di tutto. Lucchetti e porte blindate per non permettere che tu tornassi.
Hai bussato, questa volta. Sei stato più educato e chiedi di entrare in punta di piedi. Le altre volte invece hai fatto di testa tua, ti sei sentito padrone ed io ti ho accolto con gioia. Non ti conoscevo ancora così bene. Non sapevo che quando te ne vai, il vuoto che lasci è terribile. Sei tornato, silenziosamente questa volta. Così sotto voce che non me ne sono nemmeno accorta. Ti ho trovato seduto sul mio letto, con il tuo sorriso sornione che mi fa incazzare perchè mi toglie il sonno. E la notte non dormo e mi giro e rigiro nel letto pensando al mio cuore che comincia nuovamente a battere. Ed io non voglio!
Che cosa vuoi da me?- ti ho chiesto sedendomi di fronte a te che eri sulla sponda del letto.
Che cosa vuoi ancora? Che cosa vuoi di più? Ti ho già dato tutto quello che potevo. Ti ho dato la cosa più importante che possiedo, il mio cuore. E me l'hai triturato nel macinacarne. Che cosa vuoi da me, adesso? Che cosa posso darti? Che cosa devo inventarmi? Cosa vuoi tentare? Che cosa vuoi provare? Cosa vuoi sognare? Io lo so, che è per quello. Io lo so, che hai bisogno dei miei sogni per vivere. Ma sei stato capace di distruggerli tutti i miei sogni, Amore Bastardo che non sei altro. E adesso? Adesso ti sei nascosto nei suoi occhi bellissimi in cui non riesco a vedere nessun'ombra, nel suo sorriso che si spalanca invitandomi a distendermi fiduciosa sul prato verde della speranza. Ti nascondi nella sua voce pacata che mi parla e che riesce a rasserenarmi l'anima. Ti nascondi in lui che mi fa sentire nuovamente in pace con il mondo e con te. Con te che voglio odiare! Che cosa vuoi spezzare? Le catene che imprigionano il mio cuore? Le hai messe tu quelle catene al mio cuore. Hai fatto in modo da legarlo e farlo tuo prigioniero, Amore Bastardo che rubi i sogni, la speranza, che rubi i sorrisi. Guardami! Guarda i miei occhi, piangono anche quando ridono e di chi è la colpa?
Che cosa vuoi ancora? Che cosa vuoi di più? Che cosa vuoi provare? Che cosa vuoi da me?
Lasciami in pace. Ti prego abbandona quel corpo e fuggi lontano da me... da lui... da noi.
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Ci sono giorni in cui le parole che continuamente abitano la mia anima, subiscono uno sfratto momentaneo. Sono i giorni in cui mi sento abbandonata e totalmente in solitudine. E' triste, per chi è abituato a vivere in una specie di “comune”, trovarsi improvvisamente solo; il silenzio si amplifica così tanto che sembra sfondare i timpani del cuore. In questi strani giorni gli occhi diventano anche un po' tristi. In questi strani giorni non mi va molto di parlare, anche perchè non trovando più le parole, non so mai cosa dire e resto in silenzio dimenticando persino il suono e il timbro della mia voce. Ci sono giorni, in cui le parole che vivono nella mia anima, decidono di trasferirsi altrove; provo a cercarle, ovunque. Alzo la coperta che cade lenta verso il pavimento a coprire i piedi del letto e ci guardo sotto, sperando che siano nascoste proprio lì . Le cerco tra i cassetti delle scrivania. Provo a scrutare negli angoli delle stanze e tra le fessure dei mattoni, giù sul pavimento, illudendomi che forse le troverò proprio nella minuscola tana che le formiche hanno costruito faticosamente. Poi mi arrendo e mi dico:- Ma che vadano al diavolo, conoscono benissimo la strada di casa. Se decidessero di tornare sapranno certamente come fare!-.
A quel punto esco e mi godo il mondo che è proprio fuori. Quello che è al di là della mia mente, o anima, chiamatela un po' come vi pare!
Il mondo fuori a volte è più bello della mia mente, perchè vi trovo il sole che gioca a nascondino con le nubi. È più bello perchè contiene tanti sorrisi di chi cammina tenendosi per mano. È più bello semplicemente perchè, seduta su una panchina di legno, ascolto te che mi parli( visto che io non posso farlo), ti guardo e sorrido, e mi sorridi anche tu; il vento interviene e mi sposta il ciuffo dei capelli che sta per cadere sugli occhi, ed io sento che in quella brezza lieve c'è uno strano calore, lo stesso della tua mano. E continuo a guardarti negli occhi, ed io, un po' mi perdo e un po' mi spavento. Ad un tratto,il mio sguardo cade sulla tua bocca che continua a muoversi mentre parli; e mi piace vederla mentre si apre e si chiude, osservare la lingua che si interpone tra i denti bianchi ad articolare le parole, e penso a quanto tu sia fortunato in quel momento, perchè le tue parole sono lì con te, mentre le mie chissà dove sono finite. Il cuore, poi,stranamente comincia a battere un po' più forte e quando i tuoi occhi si fermano nei miei sento il viso diventare di fuoco. Ci sono giorni in cui le parole che vivono nella mia mente, decidono di scappare per sedersi su una pachina,costringendomi così ad uscire in quel mondo di fuori che a volte è davvero più bello della mia anima, perchè lì ci sei tu.
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